"La gente a tutto è disposta a rinunciare, fuorchè ai propri errori."

(Indro Montanelli)







martedì 15 gennaio 2013

LA SPERANZA NEGLI SPAGHETTI


Dove si annida la speranza? Esiste davvero un luogo fisico o mentale dove possiamo localizzarla?

A volte, probabilmente più spesso di quanto pensiamo, questo sentimento così sottile e tenace viene riposto, in maniera più o meno cosciente, in un oggetto la cui esistenza per noi rappresenti un simbolo.

Tema mille volte sviscerato, in forme e declinazioni sempre nuove.

Una di queste è stata data in un film che mi è capitato di vedere qualche giorno fa: “Castaway on the moon”. Seul contemporanea. Con grande delicatezza e con una forte capacità di descrivere il senso di soffocamento dell’uomo moderno, si narrano le vicende di un aspirante suicida che, convinto di porre fine alla propria vita gettandosi in un fiume, si ritrova in realtà su un’ isola disabitata.

Alla disperazione dei primi momenti, alla rabbia per non essere riuscito neppure ad interrompere la propria esistenza, segue un nuovo inizio: riparte dai semi, dalla possibilità di coltivare del mais e delle piantine che un giorno gli permetteranno di assaporare nuovamente un piatto di spaghetti. Quel solo pensiero riesce a giustificare le mille difficoltà quotidiane e a farlo sopravvivere.

Non sa ancora, però, che dall’ altra parte della riva c’è qualcuno che si è accorto di lui e che lo osserva, nella sua ormai deliberata scelta di rimanere sull’ isola. E’ una giovane ragazza, sfregiata in volto ma soprattutto ferita nell’ anima che ha scelto di non vedere più nessuno e di non uscire più dalla propria camera. Vive una vita parallela sui social network e l’unica cosa del mondo che riesce a calmarla è l’osservazione notturna della luna. Di giorno, invece, si concede di guardare il mondo solamente nei giorni in cui l’esercitazione rende le strade deserte.

Ed è in uno di questi giorni che scopre il nostro naufrago e la sua, ormai dimenticata, richiesta d’aiuto sulla sabbia. Così inizia la loro conoscenza, fatta di messaggi nella bottiglia che arrivano sull’isola di notte e di enormi risposte sulla sabbia. Così una ragazza ricomincia, seppur con tutte le cautele, ad uscire di casa almeno per qualche istante.

Un giorno, poi, deciderà di mandare al suo nuovo amico un piatto di spaghetti con i fagioli, pietanza di cui il naufrago conservava malinconicamente la confezione; l’uomo, però, rifiuta il dono.
La sua spiegazione? La speranza. Quel piatto di spaghetti già pronto avrebbe potuto finire per distruggere in lui la speranza. Quello stesso sentimento che gli aveva permesso di sopravvivere, di organizzarsi e di iniziare a provare nuovamente soddisfazione, rischiava di essere ucciso in un istante da un piatto troppo facile da mangiare. 

E così con questa storia bizzarra ricordiamo che la speranza è sempre stata lì, in un obiettivo che ci poniamo, in un futuro che vogliamo raggiungere, nell’ aspettare qualcosa che magari un giorno arriverà.

Una nuova ed affascinante declinazione per un tema che ci accompagna da sempre e che ci caratterizza come esseri umani.

lunedì 17 dicembre 2012

IL DOTTOR MISANTROPI


Qualche tempo fa esisteva, in un paesino poco distante da questo, un medico molto particolare.  (Ovunque tu sia, qualunque sia il tuo paese, il luogo dove si svolge la nostra vicenda non sarà mai troppo distante da te. Forse questi fatti accaddero proprio qui, nella porta accanto alla tua.
Qui più che altrove, infatti, si dispone del tempo: il tempo per osservare il mondo e provare a capirlo, il tempo per far decantare un sentimento, il tempo per interpretare il silenzio.)

Il dottor Misantropi era un uomo di mezza età, capelli brizzolati, baffi folti, qualche chilo di troppo soprattutto sulla pancia, e un bel colorito in viso a testimonianza della sua buona salute; quando lo si incontrava per strada, mentre andava in ambulatorio, salutava tutti con grande cordialità ed elargiva sorrisi a grandi e piccini. Un medico impeccabile, insomma, dotato di quella cortesia e di quel calore che un medico di famiglia dovrebbe sempre avere.
Purtroppo, però, su di lui si erano sempre raccontate strane storie: alcuni raccontavano di medicinali bizzarri e sconosciuti, altri erano entrati per una semplice influenza ed erano usciti con ben altre convinzioni. In particolare, poi, si diceva che quando i pazienti cominciavano a parlare di stress, di stanchezza e di “preoccupazioni della vita quotidiana”, ecco che i suoi occhi si accendevano di una luce strana ed iniziava i suoi discorsi.

Quali erano le malattie che amava sconfiggere? La buona fede inconsapevole, l’ascolto viziato della propria anima, l’incapacità di conoscere i propri sentimenti e dunque di indirizzarli.
“Gli uomini, troppo spesso – amava iniziare così i suoi racconti – non si ascoltano fino infondo. Amano la sicurezza, e non ammettono mai il dubbio: dicono di conoscersi bene e di sapere con assoluta certezza quali sentimenti provano e quali invece no. Così quando si arrabbiano, subito si affrettano a chiarire che è una rabbia moderata la loro; quando sono felici, quando amano, invece, il loro amore è rivolto al mondo intero, in un abbraccio che tocca realtà che neanche possono immaginare.” A questo punto, il dottore abbassava lo sguardo, si sfilava gli occhiali ed iniziava a lucidare una lente con un lembo del suo maglioncino di lana.

“Non vorrei certo essere troppo diretto, né tantomeno vorrei mai spaventarla. Ma credo fermamente e clinicamente che il suo più grande problema ora nasca dalla rabbia. Lei è terribilmente arrabbiato, ed è il primo sentimento che la accompagna ogni mattina. D'altronde, chi potrebbe biasimarla: ha lavorato una vita, spesso sacrificando gli affetti e gli svaghi, ed ancora non vede la possibilità di riposarsi; i suoi figli, per i quali ha tanto lavorato, non riescono a costruirsi una vita.
Il tanto lieto fine sembra proprio non arrivare! Ogni giorno lo slogan è sempre lo stesso: le cose non cambieranno per ora, bisogna pazientare.
Questo, poi, per quanto riguarda la società, senza pensare ai suoi problemi personali che non conosco, ma che ci saranno sicuramente.”

Alcuni, già dopo queste poche ma incisive parole, si alzavano e se andavano, soprattutto se avevano bambini da difendere: i bambini non devono ascoltare queste cose, non devono scoprire che il mondo non è come una favola. Devono crescere con le nostre stesse illusioni e devono convivere, poi, con la nostra stessa delusione.

“La cura? Lei deve riconoscere a se stesso la rabbia che prova. Tutti noi dovremmo farlo. Non mi guardi in quel modo, tutte le cure all’inizio ci sembrano difficili e, infondo, non le comprendiamo mai abbastanza. Queste pillole la aiuteranno per i primi tempi: non si preoccupi, non sono psicofarmaci, sono slatentizzatori di sentimenti, tutto qua.” A questo punto, si sfilava lentamente gli occhiali ed inizia a scrivere quegli strani nomi: “Mis-Oginex”, “Misantropax in gocce”, “Omofobina” e così via.

“La rabbia, se non viene riconosciuta, se viene semplicemente repressa si radica nelle nostre menti fino a diventare odio. L’odio è pericoloso perché ci legittima a distruggere l’oggetto odiato, che si tratti di oggetti o di persone.”

A questo punto della discussione, si narra che ogni paziente, con un’espressione indignata in volto, si alzava e se andava, promettendo spesso di non farvi più ritorno. Nessuno sembra aver mai ascoltato la fine del discorso; ma il dottore, si narra, l’abbia sempre pronunciata:
“L’odio nasce dalla paura e solo gli stolti pensano di non provarne. Sarebbe un mondo migliore se si odiasse con consapevolezza: si odierebbe molto meno.
Non siate sciocchi, non nascondetevi dietro un dito.
Quel dito, è sicuro, l’avete già puntato contro qualcuno.

Non esiste un eroe senza un cattivo, né una civiltà senza un nemico.
E’ l’unico modo, infondo, per fuggire all’ indifferenza.

Ma attenzione, non travisate:
Bisogna maneggiare con cautela! Anzi, con consapevolezza!”



lunedì 19 novembre 2012

PROSPETTIVE: LA CULTURA IN ITALIA OGGI


Parlare di tutela e sviluppo della cultura in Italia oggi significa trattare un tema molto importante ma spesso affrontato in maniera poco consapevole ed efficace. In primo luogo appare evidente sottolineare il legame necessario tra i due termini dell’indagine: non può esservi sviluppo, se non c’è tutela di ciò che si possiede. Un concetto semplice, apparentemente uno spot, un motto privo di profondo valore; invece non è così, ed è proprio questo il problema fondamentale del nostro Paese. Manca, prima di ogni altra considerazione, la consapevolezza, la coscienza del ruolo attivo che la cultura e l’arte hanno nelle nostre vite.

Sembra essere avvenuto, ormai da decenni, un cortocircuito per cui l’arte e la cultura in ogni sua forma esistano e vadano fruite solamente attraverso lo strumento del “museo polveroso”: l’unico spazio che, troppo spesso, l’Italia ha dimostrato di concedere alla cultura, in tutte le sue espressioni, è quello della contemplazione più o meno consapevole ed ammirata. La cultura non è più vista come qualcosa di vivo, di presente, capace di interagire ed arricchire chi vi si avvicina; non esiste più la convinzione per cui si possa fare cultura, praticarla; ora è semplicemente un lungo album fotografico, per ricordare ciò che di importante è stato, ma non è più. La cultura è quindi divenuta nient’altro che il “luogo dei ricordi”.

E’ a partire da queste considerazioni, dunque, e dalla volontà di cambiare questo stato di cose che bisognerebbe parlare ed interrogarsi sullo stato della cultura oggi.

In questa prospettiva, il primo passo riguarderebbe la necessità di risvegliare la coscienza sopita dei cittadini e delle istituzioni: questo è possibile sempre partendo dall’educazione e dalla formazione delle nuove generazioni e, dunque, del futuro. Una profonda riforma della scuola dovrebbe essere un momento necessario in questa direzione: riconoscere un valore all’istituto scolastico e al corpo docente significa garantire agli studenti una conoscenza ricca e profonda. Ma riconoscere un valore al corpo docente significa, anche, offrire loro delle garanzie economiche, dei contratti che permettano di costruire percorsi personali e professionali, significa riconoscere il loro ruolo fondamentale nella nostra società, non solamente con la retorica dei comizi.

Un’altra conseguenza della visione “museale” della cultura riguarda, poi, il vantaggio economico che un patrimonio culturale ed artistico come quello italiano può portare con sé: l’Italia è un paese in cui il turismo ha un ruolo fondamentale e potrebbe, da solo, costituire gran parte del Prodotto Interno Lordo. In questa prospettiva, varrebbe la pena di cercare delle modalità sempre nuove per fare turismo, per presentare le nostre ricchezze. Uscire dalla logica museale, in tal senso, significherebbe proporre un’arte ed una cultura che siano sempre più interattive con il fruitore appassionato, con il passante occasionale, con il cittadino tout court; interattività data sia dall'utilizzo delle nuove tecnologie (guide multimediali, applicazioni per smartphone, realtà aumentata) che da una maggiore comunicazione tra il turista e l’ambiente che va a visitare.

Liberare la nostra cultura, e più in generale la nostra conoscenza, dagli stretti confini di un vecchio museo, infine, significa rivalutare e ripensare le biblioteche. Qui, più che altrove, il fraintendimento è stato pienamente realizzato: luoghi deputati alla raccolta di testi messi a disposizione per la libera fruizione dei cittadini trasformati, invece, in emblemi di un collezionismo sterile e poco partecipato. La biblioteca dovrebbe essere un luogo della comunità, a disposizione di tutti; dovrebbe essere un luogo di passaggio, di scambio e di comunicazione, al pari di un aeroporto o di una stazione ferroviaria. La biblioteca, però, dovrebbe essere anche il luogo della sosta, lo spazio dove fermarsi e riflettere, o semplicemente distrarsi. Per questo motivo, bisognerebbe rivolgere nuovamente e in maniera più attenta l’attenzione a questi luoghi ed investirvi, creando manifestazioni, incontri per persone di tutte le età; bisognerebbe dimostrare ai cittadini le potenzialità di tale luogo e farlo divenire un punto di riferimento vivo ed importante nelle nostre società. Così come il cinema possiede un ruolo e catalizza l’interesse di un’ampia fetta della popolazione mescolando cultura, conoscenza ed entertainment, un ruolo differente ma allo stesso modo ricco dovrebbe essere restituito alle biblioteche.

Questi sono solamente alcuni esempi, alcuni possibili interventi  che nel tempo dovrebbero essere realizzati affinché le nuove generazioni possano possedere una nuova e diversa idea di cultura e possano tutelare e sviluppare a pieno quanto i secoli hanno consegnato loro. Tutto ciò che potrebbe essere fatto, tuttavia, parte sempre dalla necessità di intervenire sul cortocircuito nel quale viviamo e secondo il quale la cultura può solamente risiedere in un vecchio museo, chiusa in una vetrinetta da esposizione, senza nessuna possibilità di interagire ed arricchire il mondo circostant

venerdì 7 settembre 2012

UN PASSO AVANTI


Dicono che il momento in cui passi oltre sia un istante colmo di tutte le sensazioni del mondo, quasi che in un quel brevissimo momento tu abbia la possibilità di sentire tutte insieme le emozioni che ti hanno accompagnato per tutta la vita.

Paradossalmente è proprio un momento da vivere. L’ultimo in nostro possesso.
Se di possesso si può parlare sotto questo cielo, se di possesso non si possa parlare anche altrove.

Estrema esportazione del concetto troppo umano della proprietà privata.

E’ l’altra faccia del dolore, della sofferenza: quel senso di sopraffazione, di sconfitta trova il suo necessario corrispettivo nell’intensità di un momento dedicato solamente a noi, niente di più intimamente nostro. Non siamo mai stati, e certamente non saremo mai più, protagonisti di qualcosa come della nostra morte.
Spiacevole consolazione.

Capita anche di mancare quell’appuntamento, e sembra quasi sbagliato, disonesto se intenzionale, un peccato nell’accezione laica del termine.
Ormai, certo, è di gran moda: morire senza averne coscienza, in un attimo che subisci incosciente e che ti porta via. Sacrifichi la consapevolezza, la presenza, gli addii.
Ma infondo non tutti siamo bravi con gli addii.
E’ questione di forma, e traccia spesso la differenza.

Così c’è chi vorrebbe fare un passo, dopo un lungo sospiro, accettare il necessario e godersi il momento, irripetibile. C’è invece chi fugge, corre e spera di rotolare via, come per una caduta inaspettata.

Non esiste la risposta.
Inaspettato. Irripetibile. Due facce della stessa medaglia.

Ma alla fine, consolatoria come solo la realtà sa essere, è la vita a segnare il passo, in modo democraticamente ineccepibile.
Ben pochi potranno dire la loro, ancora meno potranno decidere.

E tutto si consumerà nell’attimo più intenso che ci sarà mai stato concesso, quando, con eleganza o negazione, compiremo un ultimo passo avanti.

mercoledì 1 agosto 2012

UMANO...TROPPO UMANO!

Da circa cinquant’anni ormai la scienza si è misurata con la possibilità di impiantare dispositivi elettronici negli esseri viventi, ovvero di creare quelli che sono stati chiamati “cyborg”.

Si iniziò da un topo al quale si innestò sulla coda un meccanismo capace di misurarne e controllarne le funzioni vitali; si fecero innumerevoli esperimenti, si andò sempre più avanti sino ai giorni nostri.

Oggi possiamo sostituire i nostri arti, qualora fossero lesionati, con degli arti artificiali in grado, però, di percepire e rispondere, proprio come quelli biologici, agli stimoli inviati dal nostro cervello.
Già da tempo, poi, possediamo dei piccoli dispositivi in grado di implementare il funzionamento del nervo uditivo nei sordi o di permettere al cuore di battere rilasciando stimoli elettrici.

Gli interrogativi si pongono oggi, davanti ad un panorama in continua evoluzione, davanti al sospetto che presto arriveremo ad un punto tale per cui il concetto stesso di essere umano, biologicamente inteso, andrà sfuggendo ad una chiara definizione.

Oggi ci chiediamo in quale percentuale l’artificiale può interagire e integrare il naturale, in modo da continuare a vedere infondo l’uomo.

Oggi ci preoccupiamo di individuare la soglia da non violare.
Rischiamo veramente di perdere il controllo di individui ibridi e molto più potenti dei primitivi esseri umani oppure questa è ancora solamente la trama di un film di fantascienza anni ’80?

Mentre penso, non posso davvero fare a meno di pensare, che la mia naturalezza biologica è stata già irreversibilmente corrotta dall’adozione degli occhiali. Buffo eh?!
Ma il concetto è lo stesso: un supporto esterno, più o meno tecnologico, che diviene un’appendice, fissa o mobile, del corpo umano e che lo migliora, lo perfeziona nella sue mancanze.
(Non paga della mia violazione, indosso perfino le lenti a contatto…)

Ma ancora più a fondo giace l’idea imperitura del miglioramento dell’essere umano; o meglio, della vocazione umana al miglioramento di se stessa.
Gli esseri umani hanno sempre avuto questo obbiettivo, questo fine.
L’hanno fatto con la scrittura, con la volontà di fermare ciò che, per natura, era fuggevole; l’hanno fatto con le leggi per la convivenza civile, con l’architettura, con l’arte e con la scienza.

Da questa prospettiva, allora, non abbiamo fatto altro, per millenni, che rispondere nei modi più disparati ad una sola domanda: cosa posso fare per migliorare me stesso e la mia esistenza?

Il cyborg, dunque, non è che l’ultimo stadio della nostra evoluzione. Un’ibridazione contestuale alla nostra natura, proprio come ci appaiono a posteriori tutte le altre (da quando abbiamo deciso di coprirci all’utilizzo dello smartphone).

IL CALCOLO

Appena duemila Euro: tanto vale, a quanto pare, la vita di un giovane di trentadue anni.

Stamattina, davanti a quel giornale, a quella solita pagina grigiastra, questo mi ha colpito.

E dire che il caso mediatico, almeno un po’ c’era; se muori sul lavoro, sei stato beffato; ma se stavi montando il palco di Laura Pausini (o di Lorenzo Jovanotti o dei Radiohead, tanto per ricordare quanti palchi sono crollati negli ultimi mesi) allora almeno due parole sui Tg nazionali, un trafiletto sul quotidiano te lo meriti.

E vivi, anzi muori, di “luce riflessa”, “all’ombra di un sogno”.

Non è poca cosa, forse il massimo che ti puoi aspettare.
Certo non vale la pena parlare di giustizia, di verità, di merito.
Troppo incomodo.

Ma vale per tutti, più o meno.  

Perché bisogna decidere, volenti o nolenti, quanto vale la vita di un essere umano; conteggiando l’età, l’aspettativa di vita, la paga mensile, i legami istituzionalizzati.

Estremo tentativo di annientare il fato; desiderio tutto umano di controllo.

Ma dire ad una famiglia che la loro perdita vale 1.936,80 Euro è un’altra cosa.

Dire che una giovane vita, passata a lavorare tanto per pochi soldi, in qualche modo si è intrinsecamente svalutata anche davanti alla morte è lontano dalla verità, dalla moralità, dalla responsabilità.

Più vicino solamente all’interesse unilaterale.

Finché lo leggi ti indigni, ma poi gira pagina, sei costretto a girare pagina.
Una veloce archiviazione segue una subitanea indignazione.


Quando smetteremo di indignarci solo nel tempo libero, nelle pause o dopo cena, appesantiti dalla digestione?


giovedì 12 luglio 2012

DIALOGHI D'ARTE

Cosa si prova nel vedere la propria opera completa, stampata, proiettata o ascoltata? Ci si sente almeno un po’ spettatori come tutti gli altri?
Quanta affezione si può ancora sentire, quanto senso di perdita, di qualcosa che, infondo, se ne è andato e non è più nostro…

Parli con un regista, siete in un bar, in una minuscola piazzetta di montagna, lontana anni luce dal mondo, da quel mondo. Allora cogli l’occasione, prendi un bicchiere di vino e riproponi la domanda che ti è sempre sembrata quella fondamentale, quella da cui partire.

Perché si possono chiedere davvero tante cose ad un artista, o almeno molte sono quelle che vengono realmente domandate: questione di dinamiche, di situazioni. Di civetteria, a momenti.

Spesso, non vogliamo neppure sapere niente, in un’invisibile mortificazione collettiva; sono le volte in cui ti basta una foto, addirittura una firma.
Perché di una firma si parla, fuori da ogni congettura romantica.
Fermiamo in questo modo, nient’altro che un individuo, colto in un momento di assoluta non arte.

Manchiamo l’obiettivo.

L’autografo di un pittore, non è dipinto.
La foto dell’attore non coglie il personaggio.
La dedica di uno scrittore non è narrazione.

E’ la grande metonimia: la parte per il tutto, il tutto per la parte; il contenuto che si confonde con il contenitore. Allora vorrei tanto la maglietta di quel cantante così come, perdonate l’ardire, la reliquia del santo.

Avvicinamenti progressivi e sgraziati, nella convinzione di arrivare alla fine.

Il problema è che vorremmo bloccare un pezzetto di arte e portarcelo via con noi, vorremmo toccare e capire un’emozione.

Con il retino a caccia di raggi di sole.


Ma ancora di più mi domando cosa significhi stare dall’altra parte; passare ore tra aerei ed automobili, per venire quassù infondo al mondo, rispondere con maggiore o minore eleganza e gentilezza alle solite domande, prendere una targa argentata, l’ennesima, un pacco di salumi e formaggi e poi andar via.
Mangiare la vita a piccoli morsi scomposti, vedere la luce in fugaci lampi accecanti.

Potrebbe raschiarti l’anima: un mio dubbio.
Sarebbe un bel prezzo da pagare, anche per l’arte, forse.

E poi, il grande protagonista, la tua creazione presentata, apprezzata, applaudita.
Tu la guardi, la osservi, la riconosci.
Ma è già lontana, è già qualcosa di molto diverso, non è più, se non in parte, la tua opera, la tua idea.

Nel momento esatto in cui esce dai tuoi occhi, così come l’avevi vista per la prima volta nella tua mente, e diviene qualcosa che puoi osservare anche tu, con altri occhi, se ne è andata.
L’hai perduta nella sua essenza primitiva.

Dicono che le creazioni artistiche sono proprio come i figli, solo che con quest’ultimi una buona parte del progetto viene lasciata al caso.

Non amo molto questo parallelo, lo trovo troppo sentimentale, poco autentico.

Va riconosciuto, però, che nel senso di possesso e poi nella perdita si assomigliano davvero.

Qualcosa di profondamente ed univocamente tuo, qualcosa a cui ti senti legata da sempre, qualcosa di cui ti riconosci artefice e responsabile; la chiara consapevolezza, sin da principio, della partenza, dell’abbandono ineludibile, del volo necessario.

Si dice che i figli si fanno per il mondo, ma è una bella bugia.
I figli si fanno per sé stessi, per godere di quel lasso di tempo in cui saranno solo nostri, in cui saranno i nostri manufatti; con un po’ di fortuna, delle vere e proprie opere d’arte.

Ma, come in un libro, conosci già l’ultima pagina.