"La gente a tutto è disposta a rinunciare, fuorchè ai propri errori."

(Indro Montanelli)







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lunedì 25 agosto 2014

Riflettendo su "Cecità"... - Saramago -

In questa estate così poco convincente ho incontrato un libro che mi ha lasciato addosso una sensazione di straniamento e una riflessione sottile che continua a bussare alla mia porta. La storia si basa su una supposizione, una proiezione fantastica in un mondo ipotetico fin troppo reale. Supponiamo che un giorno qualsiasi, in una città qualsiasi un uomo fermo al semaforo diventasse improvvisamente cieco; supponiamo che, come sempre, l’evento susciti curiosità e moderata preoccupazione tra gli astanti e tra coloro che lo vengono a sapere. Così inizia il libro “Cecità” di Josè Saramago, e già dalle prime battute l’interrogativo che ci viene posto con forza non riguarda la fantasia ma il nostro mondo così crudo e reale. Ecco allora la banalità di chi prova ad approfittarsi dell’improvvisa invalidità, delle debolezza, della paura.
Finora niente di nuovo. Ma se poi, con una velocità disarmante, questa misteriosa malattia si diffondesse seguendo sconosciute regole di contagio? Se nell’arco di una giornata tutti coloro che hanno avuto a che fare con il misterioso cieco avessero anche loro perso la vista? Nell’arco di pochi giorni si crea un esercito di persone che non vedono altro che il candore agghiacciante del bianco; la sicurezza pubblica impone la quarantena, l’allontanamento dei contagiati, l’allestimento di strutture per ospitarli ed isolarli.
Cosa succede là dentro, in un ex manicomio, in cui non esistono infermieri, aiutanti, pulizia? Chi aiuta quei poveri ciechi, che non hanno ancora imparato ad esserlo e tentano di aiutarsi vicendevolmente, per quel poco che vale. Qui Saramago non è avaro di descrizioni e particolari del degrado che può subire la vita umana e dell’annientamento di ogni dignità. Cos’è poi la dignità? Un concetto sociale, civile a tal punto da scomparire insieme alle dorate regole del  nostro piccolo mondo. Così ci si approfitta, si diventa avidi ed egoisti come non avremmo mai pensato di essere, si uccide se necessario, e si scopre che non era poi così difficile come pensavamo.
Gentile e saldo filo conduttore nella vicenda, una donna. Una moglie devota che si finge cieca per seguire il marito ed aiutarlo, e finisce per assistere tutti coloro che le orbitano intorno. La cosa più interessante e più spaventosa, il tema che ci mette violentemente davanti alla pochezza del nostro mondo, è la terribile condanna che subisce questa donna, alla quale non è stata tolta la vista ma ha subito di peggio: è stata obbligata a vedere la malattia, la morte, la distruzione e la disperazione attraverso i suoi occhi ogni giorno più stanchi. Quella donna è rimasta sola a contemplare la debolezza e l’estrema precarietà della vita umana con i suoi soli occhi e la sua sola forza.

Chi riuscirebbe a vedere così tanto?

giovedì 27 giugno 2013

HELL IS OTHER PEOPLE

Il mondo dei social network corre sempre più velocemente, le app a disposizione negli store digitali si moltiplicano esponenzialmente, ogni giorno ci viene messa a disposizione una possibilità in più, di solito una comodità, una semplificazione o un amplificatore di socialità.

Esponenziale e parallela è poi la crescita dei detrattori, dei critici, dei naturisti in ambito tecnologico: ci sono gli “integralisti della pacca sulla spalla” ovvero coloro che hanno scelto a monte di non fare parte del mondo social, perché incapaci di prescindere, nei rapporti umani, dal contatto oculare; poi ci sono i “tolleranti”, ovvero coloro che cercano l’ “aurea mediocritas”, il giusto mezzo in materia di connessione perpetua. I tolleranti sono un gruppo molto variegato, poliedrico e sfuggente, cavillano su taluna o talaltra app, utilizzano argomentazioni squisitamente teoriche ed attingono alle tematiche tradizionali dell’identità, della socialità, della libertà. A ben guardare, sono i retori più appassionati.
Esercizi di dialettica.

Ma sfogliando il giornale (per una maggiore precisione, scorrendo la schermata di un quotidiano online) oggi noto un articolo che presenta un nuovo social network  disponibile anche come applicazione per smartphone: “Hell is other people” ideato da Scott Garner. Volendo consapevolmente prescindere dal nome altisonante e sicuramente d’effetto, questo progetto sembra nascere dalla volontà di evitare gli altri, di rimanere beatamente soli. Il funzionamento, da quanto scritto, sembra molto semplice: nel momento in cui si accede, è obbligatorio scrivere dove ci si trova (così come su facebook è possibile effettuare il check-in) così che gli amici nelle vicinanze possano vedere la nostra collocazione e evitarci senza troppa difficoltà.

A pensarci bene, quante volte ciascuno di noi avrebbe voluto evitare una chiacchierata, un saluto ma non ha potuto, perché il caso ha posto quella persona sulla nostra stessa strada? Garner oggi ci ha fornito un nuovo strumento nella nostra lotta quotidiana.

Ma non sono certo qui per riflettere sui problemi della socialità e della comunicazione odierna: tanti se sono occupati e se ne occupano, possedendo le competenze necessarie o meno, ogni giorno.
Ciò che ho pensato, lo confesso, è che ci si è limitati ad utilizzare uno strumento fortemente “social” per raggiungere esattamente l’esito opposto. Al di là del risultato, mi chiedo se l’utente non possa provare un senso di fastidio, nella sua ricerca della solitudine, nel comunicare a tutti dove si trova, quanto distante dagli altri. Per una persona che vorrebbe rifuggire l’incontro con quelle persone che vengono registrate come amiche, richiedere di iscriversi ad un social network, inviare delle richieste di amicizia e comunicare loro, seppur con l’intento di evitarle, dove ci si trova è veramente un risultato grande.

Chissà qual è, se ce l’ha, il vero obiettivo di  Scott Garner? Magari sta conducendo uno studio sociologico sugli asociali e vorrebbe sperimentare nuove forme di socializzazione passiva.

E se ci fossero, invece, degli infiltrati? Se qualcuno utilizzasse, magari anche solo inconsciamente, la geolocalizzazione degli altri utenti per incontrarli, invece che per evitarli?

Certo, sarebbe proprio una beffa per un nome (Hell is other people) così altisonante…    

lunedì 25 febbraio 2013

ELEGGENDO


Eccoci tutti sul grande baraccone procediamo a fatica attraverso questa nuova prova di democrazia, e, a guardarci bene da vicino, il simbolo sul quale mettere una croce sembra quasi il problema minore.

Grottesco è il modo ancor più del risultato.

Così, dopo mesi di campagna elettorale serrata, giocata su scandali economico- finanziari, promesse smisurate, scontri indiretti ed accuse precise, il loro lavoro finisce qui, davanti a questa scheda; davanti ad ognuna di queste schede.

Qui la differenza dovremmo farla noi, si dice: la società civile che si riscatta e dimostra, al di là di ogni difficoltà sostanziale, di essere ancora migliore di chi è chiamato a rappresentarla. Argomento quanto mai romantico.

Ed è proprio qui che l’amarezza si fa ancora più forte: al di là di cosa accadrà, al di là di ogni possibile risultato e della sua inevitabile parzialità, sorge il legittimo sospetto.

Sarà il pressappochismo, la polemica facile, l’informazione non verificata, il sentito dire. Sarà il grido affrettato al complotto sempre e comunque, la supposta interpretazione delle schede e delle croci nei seggi, la matita da leccare per renderla indelebile. Ma sarà anche quell’ingiustificato entusiasmo nel fotografare la propria scelta: macabra illusione di libertà. Sarà, come sempre stato, solo il prezzo di un voto.

Sarà davvero tutto qui?

venerdì 7 settembre 2012

UN PASSO AVANTI


Dicono che il momento in cui passi oltre sia un istante colmo di tutte le sensazioni del mondo, quasi che in un quel brevissimo momento tu abbia la possibilità di sentire tutte insieme le emozioni che ti hanno accompagnato per tutta la vita.

Paradossalmente è proprio un momento da vivere. L’ultimo in nostro possesso.
Se di possesso si può parlare sotto questo cielo, se di possesso non si possa parlare anche altrove.

Estrema esportazione del concetto troppo umano della proprietà privata.

E’ l’altra faccia del dolore, della sofferenza: quel senso di sopraffazione, di sconfitta trova il suo necessario corrispettivo nell’intensità di un momento dedicato solamente a noi, niente di più intimamente nostro. Non siamo mai stati, e certamente non saremo mai più, protagonisti di qualcosa come della nostra morte.
Spiacevole consolazione.

Capita anche di mancare quell’appuntamento, e sembra quasi sbagliato, disonesto se intenzionale, un peccato nell’accezione laica del termine.
Ormai, certo, è di gran moda: morire senza averne coscienza, in un attimo che subisci incosciente e che ti porta via. Sacrifichi la consapevolezza, la presenza, gli addii.
Ma infondo non tutti siamo bravi con gli addii.
E’ questione di forma, e traccia spesso la differenza.

Così c’è chi vorrebbe fare un passo, dopo un lungo sospiro, accettare il necessario e godersi il momento, irripetibile. C’è invece chi fugge, corre e spera di rotolare via, come per una caduta inaspettata.

Non esiste la risposta.
Inaspettato. Irripetibile. Due facce della stessa medaglia.

Ma alla fine, consolatoria come solo la realtà sa essere, è la vita a segnare il passo, in modo democraticamente ineccepibile.
Ben pochi potranno dire la loro, ancora meno potranno decidere.

E tutto si consumerà nell’attimo più intenso che ci sarà mai stato concesso, quando, con eleganza o negazione, compiremo un ultimo passo avanti.

mercoledì 1 agosto 2012

UMANO...TROPPO UMANO!

Da circa cinquant’anni ormai la scienza si è misurata con la possibilità di impiantare dispositivi elettronici negli esseri viventi, ovvero di creare quelli che sono stati chiamati “cyborg”.

Si iniziò da un topo al quale si innestò sulla coda un meccanismo capace di misurarne e controllarne le funzioni vitali; si fecero innumerevoli esperimenti, si andò sempre più avanti sino ai giorni nostri.

Oggi possiamo sostituire i nostri arti, qualora fossero lesionati, con degli arti artificiali in grado, però, di percepire e rispondere, proprio come quelli biologici, agli stimoli inviati dal nostro cervello.
Già da tempo, poi, possediamo dei piccoli dispositivi in grado di implementare il funzionamento del nervo uditivo nei sordi o di permettere al cuore di battere rilasciando stimoli elettrici.

Gli interrogativi si pongono oggi, davanti ad un panorama in continua evoluzione, davanti al sospetto che presto arriveremo ad un punto tale per cui il concetto stesso di essere umano, biologicamente inteso, andrà sfuggendo ad una chiara definizione.

Oggi ci chiediamo in quale percentuale l’artificiale può interagire e integrare il naturale, in modo da continuare a vedere infondo l’uomo.

Oggi ci preoccupiamo di individuare la soglia da non violare.
Rischiamo veramente di perdere il controllo di individui ibridi e molto più potenti dei primitivi esseri umani oppure questa è ancora solamente la trama di un film di fantascienza anni ’80?

Mentre penso, non posso davvero fare a meno di pensare, che la mia naturalezza biologica è stata già irreversibilmente corrotta dall’adozione degli occhiali. Buffo eh?!
Ma il concetto è lo stesso: un supporto esterno, più o meno tecnologico, che diviene un’appendice, fissa o mobile, del corpo umano e che lo migliora, lo perfeziona nella sue mancanze.
(Non paga della mia violazione, indosso perfino le lenti a contatto…)

Ma ancora più a fondo giace l’idea imperitura del miglioramento dell’essere umano; o meglio, della vocazione umana al miglioramento di se stessa.
Gli esseri umani hanno sempre avuto questo obbiettivo, questo fine.
L’hanno fatto con la scrittura, con la volontà di fermare ciò che, per natura, era fuggevole; l’hanno fatto con le leggi per la convivenza civile, con l’architettura, con l’arte e con la scienza.

Da questa prospettiva, allora, non abbiamo fatto altro, per millenni, che rispondere nei modi più disparati ad una sola domanda: cosa posso fare per migliorare me stesso e la mia esistenza?

Il cyborg, dunque, non è che l’ultimo stadio della nostra evoluzione. Un’ibridazione contestuale alla nostra natura, proprio come ci appaiono a posteriori tutte le altre (da quando abbiamo deciso di coprirci all’utilizzo dello smartphone).

IL CALCOLO

Appena duemila Euro: tanto vale, a quanto pare, la vita di un giovane di trentadue anni.

Stamattina, davanti a quel giornale, a quella solita pagina grigiastra, questo mi ha colpito.

E dire che il caso mediatico, almeno un po’ c’era; se muori sul lavoro, sei stato beffato; ma se stavi montando il palco di Laura Pausini (o di Lorenzo Jovanotti o dei Radiohead, tanto per ricordare quanti palchi sono crollati negli ultimi mesi) allora almeno due parole sui Tg nazionali, un trafiletto sul quotidiano te lo meriti.

E vivi, anzi muori, di “luce riflessa”, “all’ombra di un sogno”.

Non è poca cosa, forse il massimo che ti puoi aspettare.
Certo non vale la pena parlare di giustizia, di verità, di merito.
Troppo incomodo.

Ma vale per tutti, più o meno.  

Perché bisogna decidere, volenti o nolenti, quanto vale la vita di un essere umano; conteggiando l’età, l’aspettativa di vita, la paga mensile, i legami istituzionalizzati.

Estremo tentativo di annientare il fato; desiderio tutto umano di controllo.

Ma dire ad una famiglia che la loro perdita vale 1.936,80 Euro è un’altra cosa.

Dire che una giovane vita, passata a lavorare tanto per pochi soldi, in qualche modo si è intrinsecamente svalutata anche davanti alla morte è lontano dalla verità, dalla moralità, dalla responsabilità.

Più vicino solamente all’interesse unilaterale.

Finché lo leggi ti indigni, ma poi gira pagina, sei costretto a girare pagina.
Una veloce archiviazione segue una subitanea indignazione.


Quando smetteremo di indignarci solo nel tempo libero, nelle pause o dopo cena, appesantiti dalla digestione?


giovedì 12 luglio 2012

DIALOGHI D'ARTE

Cosa si prova nel vedere la propria opera completa, stampata, proiettata o ascoltata? Ci si sente almeno un po’ spettatori come tutti gli altri?
Quanta affezione si può ancora sentire, quanto senso di perdita, di qualcosa che, infondo, se ne è andato e non è più nostro…

Parli con un regista, siete in un bar, in una minuscola piazzetta di montagna, lontana anni luce dal mondo, da quel mondo. Allora cogli l’occasione, prendi un bicchiere di vino e riproponi la domanda che ti è sempre sembrata quella fondamentale, quella da cui partire.

Perché si possono chiedere davvero tante cose ad un artista, o almeno molte sono quelle che vengono realmente domandate: questione di dinamiche, di situazioni. Di civetteria, a momenti.

Spesso, non vogliamo neppure sapere niente, in un’invisibile mortificazione collettiva; sono le volte in cui ti basta una foto, addirittura una firma.
Perché di una firma si parla, fuori da ogni congettura romantica.
Fermiamo in questo modo, nient’altro che un individuo, colto in un momento di assoluta non arte.

Manchiamo l’obiettivo.

L’autografo di un pittore, non è dipinto.
La foto dell’attore non coglie il personaggio.
La dedica di uno scrittore non è narrazione.

E’ la grande metonimia: la parte per il tutto, il tutto per la parte; il contenuto che si confonde con il contenitore. Allora vorrei tanto la maglietta di quel cantante così come, perdonate l’ardire, la reliquia del santo.

Avvicinamenti progressivi e sgraziati, nella convinzione di arrivare alla fine.

Il problema è che vorremmo bloccare un pezzetto di arte e portarcelo via con noi, vorremmo toccare e capire un’emozione.

Con il retino a caccia di raggi di sole.


Ma ancora di più mi domando cosa significhi stare dall’altra parte; passare ore tra aerei ed automobili, per venire quassù infondo al mondo, rispondere con maggiore o minore eleganza e gentilezza alle solite domande, prendere una targa argentata, l’ennesima, un pacco di salumi e formaggi e poi andar via.
Mangiare la vita a piccoli morsi scomposti, vedere la luce in fugaci lampi accecanti.

Potrebbe raschiarti l’anima: un mio dubbio.
Sarebbe un bel prezzo da pagare, anche per l’arte, forse.

E poi, il grande protagonista, la tua creazione presentata, apprezzata, applaudita.
Tu la guardi, la osservi, la riconosci.
Ma è già lontana, è già qualcosa di molto diverso, non è più, se non in parte, la tua opera, la tua idea.

Nel momento esatto in cui esce dai tuoi occhi, così come l’avevi vista per la prima volta nella tua mente, e diviene qualcosa che puoi osservare anche tu, con altri occhi, se ne è andata.
L’hai perduta nella sua essenza primitiva.

Dicono che le creazioni artistiche sono proprio come i figli, solo che con quest’ultimi una buona parte del progetto viene lasciata al caso.

Non amo molto questo parallelo, lo trovo troppo sentimentale, poco autentico.

Va riconosciuto, però, che nel senso di possesso e poi nella perdita si assomigliano davvero.

Qualcosa di profondamente ed univocamente tuo, qualcosa a cui ti senti legata da sempre, qualcosa di cui ti riconosci artefice e responsabile; la chiara consapevolezza, sin da principio, della partenza, dell’abbandono ineludibile, del volo necessario.

Si dice che i figli si fanno per il mondo, ma è una bella bugia.
I figli si fanno per sé stessi, per godere di quel lasso di tempo in cui saranno solo nostri, in cui saranno i nostri manufatti; con un po’ di fortuna, delle vere e proprie opere d’arte.

Ma, come in un libro, conosci già l’ultima pagina.

venerdì 29 giugno 2012

A GARA DI RICORDI - MISS OLOCAUSTO

Non servono preamboli né note introduttive: appena qualche giorno fa si sono tenute in Israele
le finali di un concorso volto all’individuazione di Miss Olocausto. Ultrasettantenni da tutto il paese sono accorse per parteciparvi.

Perplessità.
Astuto ricatto etico e logico che ti lascia perplessa, incapace di dare un qualsiasi giudizio che, per lo meno sul momento, ti sembri adeguato.

Basta un istante per cadere nella retorica, nella “faciloneria”, nel pericoloso moralismo da bar dello sport. Un istante, un confine sottilissimo a dividere te da quello che la tua mente potrebbe o dovrebbe pensare.

Allora ti arrampichi all’empirico: cominci a guardare le foto di quelle belle vecchiette che hanno condiviso un’esperienza tra le più assurde che il mondo possa ricordare; che sono state tutte umiliate ed uccise, anche se sembrano ancora in vita.

Donne rinate, donne che hanno avuto soprattutto la forza di andare avanti, di respirare ancora, quando il solo pensare all’accaduto toglierebbe il respiro a chiunque. Donne che non hanno rinunciato alla bellezza, perché lo sanno, che solo questa potrà davvero salvare il mondo.

E allora quasi ti convinci.
Quasi.

Perché una donna che ha sofferto non dovrebbe avere il diritto alla frivolezza? Perché non può giocare, se ancora conosce il segreto del gioco?

Ma poi ti fermi e senti tutti gli argomenti affollarsi nella tua mente, tocchi la complessità senza vederla chiaramente.

Perché il diritto di ogni donna, come di ogni essere vivente, inteso come individuo singolo è fuori discussione.

E’ la categoria che lascia perplessi; è l’incapacità di non essere altro che una sopravvissuta, di presentarsi, per lo meno in quella sede, sempre e solo per quello che è stato subito.
E’ l’emancipazione mozzata.

Retorica da un lato e moralismo dall’altro.
In tutta onestà, non riesco a formulare un giudizio.
Non lo so se è stata una bella idea o soltanto una macabra reinterpretazione kitsch in chiave contemporanea di qualcosa che, invece, andrebbe maneggiato con molta più cura.

Non lo so.
Io, leggendo, il bello non l’ho incontrato, ma forse loro sì. 

giovedì 28 giugno 2012

UNA PIOGGIA DI CURIOSITÀ

Ci sono momenti nei quali, in una maniera del tutto inspiegabile ed incomprensibile, l’atto di sfogliare il giornale o di scorrere le notizie lungo una pagina web assume le tinte acide di una frivolezza imperdonabile.

Assurdo; sarebbe davvero assurdo, in via del tutto teorica, perché suonerebbe come l’esatta inversione di quanto ci è sempre stato insegnato. Una ribellione immotivata.
Necessità di tenersi informati, curiosità da nutrire e coltivare affinché cresca ogni giorno di più, capacità di essere migliori conoscendo il mondo, anche passando per la carta stampata, quotidianamente stampata.

Se lo fai, se almeno provi a farlo, segui la strada giusta, riconosci le tue priorità, migliori il mondo rendendoti un cittadino consapevole e capace. Utile, fuori da ogni retorica.

E quante notizie ci sarebbero, poi, da leggere: la cronaca (il più delle volte nera, o almeno di un grigio molto scuro), la politica (fonte inesauribile di sfumature continue, di cavilli impalpabili, di illusioni grandiose  e di promesse mancate: un’epica moderna privata, però, di una fondazione etica). Non dimentichiamo poi la famosa terza pagina, la cultura, ricca di eventi, spettacoli, libri in uscita, programmazione tv. Ogni tanto qualche nuova scoperta scientifica e ogni giorno un nuovo dispositivo super tecnologico, “high tech”, a semplificare le nostre vite.
Alla fine, poi, un posto sicuro se l’è guadagnato anche la chiacchiera disimpegnata, il racconto dell’inciucio, la curiosità voyeuristica di spiare nella vita degli altri, necessariamente famosi certo: il gossip imperante che guadagna spazio, inchiostro e visibilità.

Niente da dire.
Come ogni mattina, niente da dire.
Perché se si celebra la curiosità, la libertà, non si può certo biasimare la molteplicità, l’arricchimento, l’idea che ogni lettore possa trovare qualcosa di interessante, qualcosa per lui.
L’ambizione più lodevole della democrazia.

E’ la dinamica, però, che non convince.

Perché poi capita di notare, infondo infondo alla pagina, una serie di foto, l’una accanto all’altra, per arricchire ancora di più la nostra mente di altre notizie, una sorta di piccoli doni per chi ha il coraggio e la voglia di arrivare fino in fondo. Beh, proprio laggiù, accanto ai calciatori riprodotti al museo delle cere e all’attore che smentisce la propria omosessualità baciando la moglie in pubblico (che poi c’è da chiedersi in questo caso dov’è la notizia e dove sarebbe la smentita) è davvero stridente trovare la foto di un signore sommerso dall’acqua che tiene stretto un ombrello:
“Bangladesh, un centinaio di morti per piogge torrenziali.”

Quel che è peggio?
Un’organizzazione grafica di questo tipo lascia a te, lettore, l’imbarazzo per aver temporeggiato sulla nuova fidanzata del calciatore o dell’attore, sugli eventi di costume e sulle curiosità; imbarazzato perché eri davvero sicuro di aver letto tutta la cronaca nella prima parte della pagina; imbarazzato, soprattutto, perché infondo lo sai bene anche tu che morire in Bangladesh, perché ha piovuto troppo non diventa quasi mai una notizia, rimane semplicemente un’informazione, destinata a perdersi tra le altre.
Tante altre.

Sempre se hai la voglia e il coraggio di arrivare infondo alla pagina però. 

martedì 12 giugno 2012

OGGI, UN BAMBINO

Riapro il giornale, errore banale.

Apro il giornale, scorro nel web, politica, cronaca, crisi economica.
Ieri la Grecia che sta per cadere, oggi le banche spagnole da salvare.
Da noi la presunta lotta tra il tecnico ed il politico, l’eterno conflitto tra l’esperto serioso ed l’incapace simpaticone. Ammesso esista davvero un’alternativa.

Salto la cronaca.
Gli omicidi passionali mi hanno “mediaticamente” stancato, la violenza sulle donne che continua e cresce, gli uomini infelici, depressi, tutto in un ritmo perpetuo: prima l’ipotesi ciarlatana, la supposta spiegazione professionale e, infine, la condanna emotiva che ci dovrebbe riunire tutti in un forte abbraccio.
Sarà per questo che preferisco una certa distanza, una sana distanza.

Cosa c’è di nuovo oggi?

Unicef: 215 milioni di bambini coinvolti nel lavoro minorile in tutto il mondo. Più della metà svolge “attività a rischio” come schiavitù e sfruttamento sessuale.

Siria: Onu”Mai vista tanta brutalità. I bambini vengono torturati, mutilati e uccisi. Poi i soldati li mettono sui carri armati.”

Silenzio.
Perché se solo hai mantenuto un contatto, un piccolissimo canale di comunicazione con il tuo io bambino, con quello che sei stato, non puoi non rimanere in silenzio.
Il punto non è vedere i bambini intorno, sorridere loro e pensare a quanto sono carini, giocherelloni e spensierati; il punto non è neppure, per quanto efficace probabilmente potrebbe essere, avere dei figli propri ed immaginare per loro qualcosa in meno di un’eterna e smisurata felicità.
(Chiedo scusa qui per l’evidente luogo comune, utilizzato soprattutto per enfasi, piuttosto che per profonda convinzione)

Ad ogni modo non credo sia questo il punto, non credo sia questo il punto di vista dal quale guardare a questa realtà.
I bambini non hanno la loro essenza nella bellezza del guardarli, nella tenerezza delle loro parole, nell’illusione delle loro piccole anime.

L’innocenza, simbolo spesso travisato: perché l’innocenza è di chi non ha colpa, non di chi non capisce cosa sia la colpa. E i bambini, con una logica a volte molto più lucida della nostra, la capiscono bene.

Loro sono persone, persone in potenza: persone che vivono, che guardano, che capiscono. Nel colpire loro, non colpiamo chi non può comprendere, solo chi non può reagire; noi stiamo cambiando il modo in cui quelle “piccole persone” guarderanno il mondo d’ora in poi.
Lo stiamo cambiando per sempre.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta.
(Ma pochi di essi se ne ricordano.)”            Antoine de Saint Exupéry

Questi bambini se ne ricorderanno, e anche se fingeranno di aver dimenticato, si domanderanno per tutta la vita, nelle loro anime rotte, cosa poteva poi significare infondo essere felici.

Silenzio.

venerdì 1 giugno 2012

CERIMONIALE

2 Giugno o non 2 Giugno? Questo è il problema…
Già perché ormai siamo talmente arrabbiati, stanchi, delusi dall’Italia che ci hanno cucita addosso e dalla quale difficilmente potremo liberarci (almeno in breve tempo), che ad andarci di mezzo è stata proprio la festa, forse, più importante di tutte. (Oggi più che mai)

Quanto c’entra veramente il terremoto in Emilia?
Quanto ne sa il terremoto della condizione del nostro paese?
[Effettivamente ha avuto un tempismo impeccabile, lui, giusto in tempo per rinfrancare una rabbia già dilagante. E per uccidere delle persone certo…ma in questi casi c’è sempre da chiedersi, con grande onestà, chi le abbia davvero uccise.]

C’entra il terremoto, se provoca, suo malgrado, un’ulteriore accisa sui carburanti.
C’entra perché per fare una celebrazione, per organizzare una parata delle più prestigiose forze armate del paese ci vogliono soldi. Gli stessi soldi del carburante.

Soldi in “tempo di crisi”.
Soldi in “tempo di terremoto”. (o in “terra di terremoti”)

Ma il valore simbolico? La necessità di ribadire e ricordare? La voglia di farlo.
La necessità di riconoscersi in qualcosa di più grande che ci unisce; la volontà di fondare un cosmopolitismo maggiormente consapevole e saldo. La possibilità di trovare un ruolo in Europa, nel mondo.

L’italiano cha ancora s’ha da fare.

Certo, se guardi da vicino (vicino al tuo estratto conto, vicino al modulo di disoccupazione, vicino a tuo figlio che non potrà godere del termine emancipazione, e vicino alle macerie della tua casa o del tuo capannone, costruiti prima e costruiti male), beh allora del valore simbolico, del messaggio di riconoscimento e coesione nazionale te ne importa ben poco.
La lungimiranza non è dote per disgraziati, ma è proprio nella disgrazia che c’è più spazio per vedere oltre, come davanti ad una “tabula rasa” l’orizzonte diventa inevitabilmente più vicino, più possibile. (Paradossale…)

Certo però, se guardi da lontano, se guardo da lontano vedo sempre la stessa cosa, lo stesso antico meccanismo: la “guerra dei poveri”. Illusi di poter scegliere, illusi di poter anche solo penetrare le ragioni profonde che muovono il mercato; illusi che l’alternativa non possa essere altro che tra l’accisa del carburante e la parata del 2 Giugno.

L’illusione crea i mostri, l’illusione di chi non può capire, l’illusione di chi ci ha detto che ci si deve rassegnare.

Sempre questione di illusione; o semplicemente di prospettive.
  

venerdì 11 maggio 2012

EQUA ITALIA


L’equa Italia, l’Italia equa. Assurdo.
Assurdo chiamare così l’agenzia di riscossione tributi, anzi affascinante paradosso.

E’ un paradosso e tutti avremmo dovuto saperlo, da sempre.
Chi ha creduto nell’equità, chi ha creduto semplicemente alla possibilità della giustizia proporzionalmente distribuita, ha sperato troppo.
E non c’è nessuna amarezza in questo.

Assurdo ancora di più in Italia (fuori da ogni tipo di demagogia).
Solo che è assurdo pensare che un popolo di furbi per definizione (e probabilmente anche per vocazione), di persone perbene soprattutto per quel che gli interessa, riuscisse ad avvicinarsi almeno un po’ all’idea di equità.

Ciascuno di noi la rivendica, ma ciascuno di noi se ne discosterebbe volentieri se venisse a suo vantaggio. [ E’ il difetto più grande di questo concetto. Un cane che si morde la coda.]

Evidentemente però, sentimentali come siamo, ci avevamo creduto almeno un po’: almeno quel tanto che basta ora per indignarsi davanti ai suicidi, alle proteste di piazza, alle uova.
Almeno quel tanto che basta per spaventarci davanti al terrorismo, ai dirigenti gambizzati, all’ombra delle BR e di un’Italia che sembrava lontana secoli da qui.

Fuori da ogni demagogia, spero.
Perché il politico parla di giustizia e, al massimo, immagina un compromesso.
Il prete parla di giustizia, guarda il cielo e pensa alle promesse.

E noi ancora a cercarla, a pretenderla, spesso a pagarla.
Come andar per campi a cercare un quadrifoglio: non sai se c’è, ma sai quanto comunque sarebbe difficile trovarlo.

Che dipenda dal sistema economico o dall’equilibrio politico, che dipenda dall’inconsistenza dell’ideale o dall’irriducibile inumanità dell’uomo, non è il momento di domandarselo.
Comunque, è una questione più grande di noi, più grande del vivere quotidiano.

Più grande delle lacrime, delle tensioni, delle cartelle esattoriali; più grande delle minacce delle banche, della mensa a scuola negata ai bambini, del welfare ridotto all’osso; più grande dei ragazzi che hanno tanta voglia e nessun lavoro, di quelli che la speranza l’hanno ormai persa, dei grandi, troppo grandi per non avere più un lavoro; più grande del cappio che in un modo o nell’altro abbiamo imparato a costruirci.

Questo accade, mentre si cerca l’ equità, in giro per l’Italia, in giro per il mondo.

mercoledì 9 maggio 2012

NON TEMERE


                                                                                                             - Per tutte le donne -                                                                  

Non temere per la mia felicità.

Te lo ripetevo sempre e mi coccolavo nell’idea della tua preoccupazione; scusami se ne ho goduto appena, mentre continuavo a ripetermi che solo chi ti ama davvero si preoccupa perché tu sia felice.

E gli anni passavano lenti ed inquieti, cambiavano gli sfondi, i paesaggi: come ogni vita, indecisa tra la sicurezza di ciò che c’è e la noia di ciò che sembra non cambiare proprio mai.
Banale quotidianità, ecco tutto.

Ovvia anche la mia irrequietezza, la voglia di cambiare qualcosa, piccoli accorgimenti per ritrovare l’entusiasmo. Scusami se ti ho ferito, ma non ti avrei mai cambiato. Solo che le donne amano disegnare gli ambienti, costruire i sapori, decorare la sostanza, lo sai.
Avresti dovuto saperlo, esserne certo.

Pensavo ai bambini, al futuro, a quanto di nuovo sarebbe arrivato e non ne avevo paura.
Non pensavo non avessi capito, non pensavo fosse possibile non capire.

“Non temere per la mia felicità!” dicevo, e non capivo.
L’unica cosa che non ho mai capito era proprio questa: non temevi che non fossi felice, ma che lo fossi troppo, che lo fossi senza di te, che ti estromettessi così di botto da me.
Tu che solo eri la mia felicità, io che non sapevo di essere una semplice proprietà.
Timore immotivato. Pensavo.
E pensavo bastasse dirtelo, rassicurarti.

Ma era già troppo tardi: io continuavo la mia vita con l’uomo che ricordavo di aver incontrato, tu serbavi rancore alla donna che credevi di non riconoscere più.

Non temere.
Solo questo era rimasto, e lo dicevo a me stessa.
Non temere, attaccati all’idea che hai, al ricordo di lui e nutrilo affinché esista ancora.
Se ci credi capirà, lo sentirà; deve esistere un modo per ritrovare un contatto.

E i giorni passavano lenti ed inquieti, sempre più inquieti. Non c’era più spazio per la noia, né per la voglia. Le pareti del mondo diventavano sempre più strette, soffocavano lo sguardo.
Rimaneva una casa, una preoccupazione incessante e la sensazione di qualcosa di rotto.

Rimaneva il sospetto, il controllo, la rabbia che offende.
Quando ancora mi era concessa l’indignazione. Poi solo il dubbio.

Quante volte ti ho chiesto di credermi? Quante di perdonarmi per qualcosa che non avevo commesso?Ed ora cosa resta?

Che io sia in un letto d’ospedale, in una casa famiglia o in una fredda lapide, non temere.
A te tocca ora domandarti cosa è successo, a te fare i conti con la consapevolezza;se un giorno riuscirai di nuovo a pensare a me, non temere.
Solo ora ho capito.

venerdì 20 aprile 2012

GRAZIE

Oggi mi sono imbattuta in uno di quei bigliettini stampati con i quali si viene ringraziati per aver partecipato al cordoglio di qualcun altro. Bruttini eh?! Bianchi, con quelle poche parole stampate in un carattere sobrio, le due striscioline nere sull’angolo, che traspaiono già dalla busta con la loro gravità.

Attimo di silenzio fisiologico.
Senso di oppressione inspiegabile ma delicato.
Meglio, quella sottile sensazione di non comprendere bene.
Silenzio riflessivo.

Mi sono chiesta come mai avessimo ideato questa forma di ringraziamento, questa ennesima formalità con la quale si chiude ufficialmente tutta la pratica del “trapasso” ( che modo violento per definire la morte eh?!).

Penso. Penso che infondo non voglio parlare di morte.
In realtà sto pensando proprio alla vita, a noi, all’umanità.

[ C’è stato un periodo nel quale ringraziavo sempre tutti per ogni cosa: non era manierismo, era pessimismo. Strisciavo nella vita silenziosamente, in modo da disturbare il meno possibile.
Per quello che potevo evitavo ogni rumore dato dalla semplice presenza e, dove non potevo arrivare, ringraziavo a testa bassa, ma di cuore. ]

Ringraziare per aver provato un sentimento di partecipazione e di pietà (pietas) nei nostri confronti. Non è strano? Ti ringrazio, e ti invio anche un biglietto, perché io ho subito una perdita (come si dice spesso, tergiversando) e tu hai pensato di starmi accanto in qualche maniera.

Una volta mi sono sentita dire “ti amo” e, così sul momento, ho risposto “grazie”.
Ho sentito stridere la mia risposta: semplicemente non era “appropriata”.

Non si può ringraziare qualcuno per i sentimenti che prova, non si deve. Non è un merito provare dei sentimenti, di qualsiasi natura essi siano, se lo fosse non sarebbero sentimenti ma riflessioni.
[ Lasciamo intatta almeno questa libertà. ]

E’ un’invasione di campo, infondo.
Quale frustrazione per chi si sente ringraziare: se ha provato un sentimento sincero, autentico si sentirà svuotato, derubato, violato nel suo mondo interiore, intimamente svelato.

Ai sentimenti bisogna credere sulla parola, meglio sull’azione.
Spesso basta semplicemente lo sguardo.

Interpretare, ragionare, pontificare sul sentire altrui è pericolo, forse addirittura ingiusto.
Lo stesso vale anche per un semplice “grazie”.

Se, invece, stiamo parlando semplicemente di “maniera”, beh allora è tutto un altro pensare.

venerdì 6 aprile 2012

VENERDI' SANTO

Morire in tutte le lingue del mondo.
Morire in ogni modo e in ogni tempo.

Morire anche se non l’abbiamo ancora accettato.
Soccombere nostro malgrado.

Ma infondo è pur tuttavia vero sopra ogni cosa che di morte ce ne intendiamo; e la conosciamo sopratutto perché l’abbiamo utilizzata, praticata, inflitta.
Noi, gli ancora vivi quante persone abbiamo già ucciso?

Quale giorno migliore per pensarci…
Perché la gente non ce la fa, non ha i soldi sufficienti, non ha la forza d’animo, semplicemente non è dell’umore per vivere ancora. Perché la gente lo sa, lo sa che ormai non basta più.

Non siamo più sufficienti per il mondo; il mondo non è più sufficientemente umano per noi. Non siamo abbastanza: sempre la solita storia.

Perché se la depressione è il male del secolo, il malcontento diffuso ne è il maggiore interlocutore. La convinzione ormai radicata che le cose non possano andar meglio, che non c’è niente da migliorare e che, anche se ci fosse, mancherebbero comunque gli strumenti per farlo.

PARALIZZATI DALLA TESTA IN SU.
Forse dal cuore.

Si può parlare di morte anche senza parlare di guerra, di assassinii o del male nella sua versione “ufficiale”. Il male di contrabbando produce ogni giorno sofferenza “in nero”; un surplus di evasione che paghi comunque a caro prezzo.

Perché si paga sempre il proprio conto, anche sopravvivendo in mezzo a questa morte quotidiana.

Soprattutto. Asfissia.

Allora rifletti, pensi, ti penti.
Espii per quel che puoi, per quel che senti.

Quale giorno migliore…

venerdì 30 marzo 2012

E LO CHIAMANO WELFARE

Come ogni giorno, come ogni mattina aprire il giornale, accendere la tv e confrontarsi con il mondo. Entrare in contatto con il fuori che sempre ti riserva novità belle o brutte, semplicemente notizie.

Tu sei quella in un piccolo rettangolo chiuso, in un pacchetto, come la televisione per chi la guarda.
Fuori il tutto, l’inaspettato per definizione.

E questa è la teoria.

In pratica oggi apri il giornale e scopri che un altro uomo ha tentato di uccidersi, si è incendiato.
Come è successo? Quattro mesi dopo l’ultimo stipendio.

Secondo anche nella notizia. Perché già il giorno precedente, un suo “collega” aveva proposto la stessa soluzione per sé: aveva lasciato i saluti, le scuse ed era uscito con la tanica piena, verso la commissione tributaria.
Tassato da morire.

Fa sconcerto l’abitudine, per uno strano gioco di parole.
Fa sconcerto il fatto che non ce lo crei più.

Senza retorica, senza polemica.
Non c’è ora da adottare un’invettiva da sindacalista, né un argomento di partito.

Allora richiudo il giornale, silenzio.

Quando la cronaca si mescola con la politica il potenziale è alto, il rischio sempre amaro.


domenica 19 febbraio 2012

LOST IN TRASLATION

Ivan Ilijc, Pozdnicev, Casanova e alcuni personaggi di Svevo: che cosa hanno in comune?
Banalmente, sono i personaggi, meglio le persone, con le quali mi sono imbattuta nelle ultime settimane. Di loro mi hanno colpito le vicende del tutto personali, le preoccupazioni e le paure.
Li ho scelti nell’intento di saltare da una vita all’altra, da un periodo all’altro, da un mondo all’altro.

Li ho scelti per sentire delle storie, per leggere degli affreschi veloci ma intensi, per ricordare a me stessa come bastino, infondo, poche righe per descrivere una vita intera.
Ma infondo (e lo dico in totale confidenza), li ho scelti per nutrire il mio ego: quale potere, quale ricchezza può darti la convinzione di poter comprendere, in qualche modo, di poter partecipare anche solo per un breve istante della vita di persone così lontane. Ti appassioni, entri nelle loro menti, nelle loro vite, senti di capirli fino infondo e poi salti su un’altra vita, in un’epoca lontana.
Non siamo personaggi di un libro, o almeno non ci sentiamo tali; non ne abbiamo l’intensità. A noi, poveri lettori è concesso solo il vantaggio della soggettività. Giacomo Casanova, con il suo fascino e le sue peripezie, non avrebbe certo letto Tolstoij né compreso i turbamenti di Svevo (almeno così mi piace pensare!). Quella Trieste non ha niente da condividere con la Venezia della dissolutezza felice. E la Russia è lontana, troppo lontana.

Che piacere immergersi, succhiare nelle loro vite, sentirsene parte e poi, in un attimo fuggire via, lontano in ogni modo.

Ma siamo esseri razionali, schiavi di una modernità ormai acquisita, con il vizio dell’induzione.

E allora non basta. Ci si ferma, ci si distanzia (la giusta distanza da ogni cosa).
Ecco dunque spuntare un’idea, proprio laddove non te la immaginavi e (lo confesso) dove non la volevi di certo trovare. Perché se è difficile sentirsi unici come persone reali e relative, almeno che rimangano unici i personaggi, i nomi che hanno dato ad una penna un senso più alto.

Invece no. Invece, mi ritrovo a pensare (ma forse è semplicemente un vizio della mia mente) a quanto tutti questi personaggi abbiano in comune. Sono uomini veri, epici e deboli allo stesso modo. Tormentati, di un tormento che potrebbe sentire ciascuno di noi. Uomini [ e forse non è un caso siano tutti uomini, forse sì] segnati dall’incapacità di gestire la complessità della loro anima, il loro sentire che irrompe forte negli schemi della vita, della quotidianità, della società. Ivan che ha votato la sua vita alla mondanità, ai piaceri sociali, al perbenismo pensando fosse la sua vera natura, e poi muore parchè incapace di accettare il suo fallimento; muore nel momento in cui deve guardare in faccia l’inganno di cui si è sempre nutrito. Non ha retto il gioco che lui stesso aveva costruito con tanta dedizione.
Pozdnicev, invece, è un uomo logorato dal sentimento della gelosia, dall’idea che fosse tradito un modello di vita al quale si era votato, ancora una volta un castello di carte che va in pezzi. E poi il vecchio di Svevo con la sua giovane passione che brucia troppo e poi si spegne. Combattuto tra la possibilità di godere di ciò che la vita ci offre pagandone il prezzo, e la volontà di innalzarsi moralmente e preparare la sua anima all’altrove che l’aspetta. Anche lui, infondo, alla ricerca della “giusta” distanza dalla vita.

Infondo tutti alla ricerca di un senso. Tutti persi tra ciò che dovrebbero o vorrebbero essere e ciò che non riescono a rappresentare, a rappresentarsi. Perché spesso la vita sembra essere proprio una questione di rappresentazione, si mette in scena una storia, la storia che si crede di voler o poter vivere. Le contingenze ci sono, ma vanno ricondotte al copione. (Magari un canovaccio)
Allora mi viene in mente Pirandello, “Così è se vi pare”, “Ciascuno a suo modo”: la relatività dell’essere, dell’esistere, del credere.

Perché infondo lo sappiamo bene. Nel profondo ciascuno conosce le regole della vita. (Forse le consuetudini dell’esistenza.) Possiamo accettare, strizzando il naso, di essere relativi, scarsamente epici, di vivere una vita che non sarà mai quella che ci raccontiamo nella mente. Noi che, tutto sommato, assomigliamo ben poco a chi crediamo di essere. Ma ancora più difficile è accettare la relatività, la costitutiva parzialità di ciò che crediamo, dei precetti morali, delle leggi civili, dell’altrove che vogliamo a tutti i costi spiegare.

L’idea prevalente, come un odore acre in un pomeriggio d’agosto, è di perdita. Qualcosa ci sfugge, qualcosa si perde esattamente nel momento in cui il pensiero diviene parola…e poi ancora quando la parola viene ascoltata e compresa da qualcun altro. E il linguaggio è solo la forma più chiara in questo senso; la comunicazione tutta, piuttosto, è vittima di questo distacco. Così uno sguardo, un sorriso, un’emozione. Tutto sfugge e si perde in quello spazio vuoto che introduce la rappresentazione.

Quante riflessioni, quanti studi…
Ma il sospetto è che rimanga irriducibilmente inaccettabile.



giovedì 1 dicembre 2011

ERA SOLO UNO SPUNTO

Passavo, leggevo, pensavo.
Più precisamente: passavo nel web per controllare la posta, leggevo distrattamente un articolo di un giornale, pensavo a quanta paura e quanta confusione stia iniziando ad infiltrarsi negli anfratti della nostra mente.

Pare, e lo dico nella maniera più neutrale possibile, che uno studio di qualche pregevole università abbia rintracciato un collegamento tra il grado di istruzione delle donne e la loro prolificità; pare, quindi, che quanto più una donna studi, acquisisca conoscenze e competenze, tanto più tenda a rimanere nubile e a non fare figli.

Il giornalista che riporta questa notizia, con il sarcasmo dell’editorialista e il disincanto dell’uomo che sa di sapere, sposa con sobria convinzione la tesi.  Se vogliamo salvare il nostro paese, continua, in preda ad una profonda crisi demografica e sull’orlo dell’estinzione, abbiamo a disposizione due possibilità: indulgere sull’immigrazione sempre crescente da paesi che non hanno certo il problema demografico, e/o convincere le nostre donne, colta testimonianza della crisi sociale odierna, ad “appendere il libro al chiodo”.

Come era facile prevedere, subito l’articolo viene seppellito da interventi scandalizzati e sconcertati di donne, e non solo, che rivendicano la loro posizione e inorridiscono davanti a tanta volgarità di pensiero.

Anch’io, come tutte le donne sono stata colta da questi sentimenti; mi sono sentita immediatamente offesa nel profondo, mi sono sentita privata della mia identità istintiva, biologica. Ho pensato che di nuovo accadeva quello che spesso è accaduto nei secoli e nelle nostre brevi vite (per lo meno a me è capitato spesso di pensarlo): si segue una strada, si intraprende un percorso, si ottengono risultati che, però, “magicamente”, una volta acquisiti, diventano della armi affilate capaci di ritorcersi contro di noi.
Niente di nuovo.

Ho ricordato i testi che ho studiato all’università, ho pensato al libro che proprio in questo periodo, sto leggendo: “Ave Mary” di Michela Murgia (interessante). Ed ecco che subito vengo investita da suggestioni di pensiero femminista, da rivendicazioni di una parità sempre mancante, dall’amaro di un gioco che non arriva mai ad una soluzione. La donna ha un ruolo sociale ben definito. E’ vero, negli anni è cambiato, si è trasformato, ma un ruolo è sempre un ruolo. Un ruolo è un posto, e ciascuno di noi ne ha uno. Chi non ce l’ha, in sostanza, non partecipa al gioco. Un ruolo è sempre parziale, sempre mancante, sempre costituzionalmente incapace di rendere giustizia della nostra complessità, delle nostre sfumature.
E la donna (perdonatemi la rivendicazione nuda e cruda) ne ha sempre sofferto più degli altri.

Allora mi ritrovo qui, davanti a questo schermo, io che sono cresciuta senza questa preoccupazione, in anni di celebrazione dell’ emancipazione (in anni così lontani che probabilmente invece di aver assimilato il passato, lo hanno dimenticato) mi ritrovo qui, combattuta e frustrata nello scoprire che, infondo, quella ricerca un po’ di ragione ce l’ha davvero. Certo non credo che la mia istruzione, così come quella di tante altre donne, mi potrebbe impedire di essere mamma, di pensarlo e di desiderarlo: è una violenza mentale, un ricatto inaccettabile.

Penso però che il nostro mondo si sia allargato, che abbiamo ammesso la possibilità di non corrispondere ad un modello statico. Penso che abbiamo ancora tanta voglia di dimostrare una parità che tarda ad esistere nel profondo, e probabilmente non esisterà mai.

Penso e ripenso.

Penso che ognuno di noi ha un ruolo, un ruolo più o meno complesso, composito. Penso che non riusciremmo ad esistere fuori da una categorizzazione; sarebbe un’anarchia utopistica.
Penso che ciascuno paga il prezzo di rientrare in un ruolo che gli andrà necessariamente stretto, e perderà una parte di sé.

Ritorna l’amarezza che accompagna sempre queste riflessioni.

Ma penso ancora: penso che il problema sia stato mal posto, che ci sia stata un’inversione nel modo di leggere la realtà. Fatto frequente.
Penso che se le cose vanno in questo modo, se le donne colte spesso non fanno figli o ne fanno pochi, la soluzione non può essere, come sembra sia già accaduto in passato, quella di toglierci una possibilità, la libertà. Nemmeno in un articolo scritto con provocatorio disincanto.  
Se volessimo (e pongo il problema sotto forma di ipotesi, perché rimane il dubbio circa la reale volontà di affrontare il tema) davvero analizzare la questione ci sarebbe anche da domandarsi come mai la società non è ancora pronta ad accogliere le donne, per quello che sono, a tutto tondo, nelle loro sfumature. Come mai una donna è necessariamente una moglie e una mamma: potenziale, effettiva o mancata.
Come mai la società non è ancora pronta ad accogliere l’individualità degli esseri umani tutti, uomini o donne che siano, e li stigmatizza in un dualismo bene/male, giusto/sbagliato, funzionale/disfunzionale.

Penso e il pensiero sfuma, confonde: bisognerebbe fermarsi, riflettere, chiarirsi le idee.
Ma, infondo, era solo uno spunto.

giovedì 3 novembre 2011

IL SOSPETTO DEI BAMBINI

I bambini ti credono subito, ti prendono sempre sul serio; sono sguarniti del “legittimo sospetto”, loro, incapaci di prendere qualcosa “con le pinze”…per ogni piccolo esserino è impossibile anche solo pensare una mezza verità, domandarsi se una mezza verità corrisponda necessariamente ad una mezza menzogna.

Non capiscono loro, non hanno ancora quelle sovrastrutture che ci fanno pensare che, a volte, quello che diciamo non è tutto o, forse, non è proprio così come l’abbiamo detto. Il confine netto tra ciò che è e ciò che si narra (che diventa inevitabilmente qualcosa in virtù di chi lo racconta e di come, perché lo racconta) non si è ancora radicato in loro; sfuggono al cavillo, all’obiezione faziosa, al relativismo di ogni opinione.

Non sanno che le parole a volte sembrano sfuggire proprio mentre stavi per afferrarle…e allora ne prendi un’altra, ma non è più la stessa cosa! Che cosa succede allora?

Succede che hai appena espresso qualcosa che corrisponde alle tue parole, sì, ma non più a quello che avevi in mente…a volte! [difetti di oratoria o fluire del pensiero]

E le parole si perdono nel mezzo, in quella zona di indistinzione, in quel vuoto.

E poi, c’è l’ironia, il sarcasmo, e quello proprio non lo conoscono; se li prendi in giro si offendono subito, se la prendono. Ma non sono mica permalosi, solo non capiscono! Non capiscono che se dici una cosa ridendo il significato magari è un altro, magari si cerca un contatto con l’altro, magari si ride in compagnia, si sdrammatizza o magari si sceglie solamente di dire una verità ridendo (perché ridendo si possono dire tante verità, quasi tutte!)…Chi lo sa? I bambini non lo sanno di certo!


I bambini questo ancora non lo sanno, e non fateglielo sapere: ci sarà tempo.

Piuttosto pensiamoci noi, davanti a quei visini a non imbrogliarli, a non confonderli con il nostro linguaggio già pronto a smentire, tergiversare, alludere; pensiamoci noi a prenderci davvero sul serio, almeno davanti a loro…