"La gente a tutto è disposta a rinunciare, fuorchè ai propri errori."

(Indro Montanelli)







mercoledì 27 giugno 2012

LA DEBOLEZZA DEL DITTATORE

Si può veramente ironizzare su ogni cosa? Esistono dei limiti oltre i quali si sfocia inevitabilmente nel cattivo gusto? Si può ridere del male, delle ingiustizie, della follia umana?

Questioni note, interrogativi comuni, domande retoriche.

Innanzitutto credo dipenda dalla disposizione d’animo con la quale ci si metta in ascolto, si decida di sentire e di vedere. Quando ascoltiamo l’altro, si sa, non sempre possiamo essere d’accordo con lui, non sempre impareremo qualcosa di nuovo da ciò che ci dirà, non sempre sarà una bella esperienza.

Ed è il semplice conoscere questa realtà che ce la renderà accettabile e, tutto sommato, piacevole.

Proprio con questa disposizione si guarda il mondo, si ascolta una canzone, si legge un libro, si vede un film: la soddisfazione non è affatto garantita e non può mai esserlo, essendo il frutto di una difficile combinazione tra gli occhi di chi guarda (o le orecchie di chi ascolta) e la volontà di chi comunica.

Così pensando sono andata all’appuntamento con Sacha Baron Cohen e il suo “Dittatore”, con il dubbio invadente, devo confessarlo, che la demenzialità non fosse proprio nelle mie corde, non fosse un occhiale con il quale io avrei mai potuto leggere la realtà.

Dopo qualche istante, però, ecco subito l’ingresso nella parodia, nella parodia della parodia, nell’assurdo che si fa narrazione: un dittatore demente, con progetti banali e poco ponderati, intento unicamente all’autocelebrazione personale. La tirannia, l’aspetto dispotico e sanguinario emergono solamente nel momento in cui l’altro (chiunque esso sia) mette in dubbio il mondo egocentrico alacremente creato e, spesso, immaginato.

[Ancora l’idea, inevitabile quando si descrivono i “cattivi”, che infondo non siano poi così cattivi o almeno la consolazione per la quale non siano poi così intelligenti e potenti.]

Molti i riferimenti divertenti ai despoti reali, quelli che hanno fatto paura al mondo e che realmente hanno dettato regole assurde alle quali non si è potuto o voluto per anni rispondere. Non mancano, ovviamente, gli interessi economici, gli accordi tra stati, i tradimenti politici.

Ma cosa succederebbe poi se, per un buffo caso del destino, un dittatore si ritrovasse privo della sua identità ufficiale, nel centro di quell’Occidente tanto odiato e combattuto? Cosa succederebbe se l’unica persona in grado di aiutarlo rappresenti (sempre in maniera caricaturale) tutti i valori ai quali ha dichiarato guerra negli anni?

Qui, il rischio della retorica, anche nella demenzialità, è abbastanza forte, con l’amore che migliora le persone, salva il mondo e ricostruisce equilibri ideali. E allora il dittatore che attraversa la crisi interiore, scopre di non essere mai stato amato dal suo popolo, scopre l’inganno e cerca dei sentimenti più autentici.

Per fortuna, il rischio di un agghiacciante lieto fine è sventato in extremis con un classico compromesso dove, come sempre, nessuno si scontenta, ma nessuno si accontenta.

“Si cambia tutto per non cambiare niente.” Scriveva Tomasi da Lampedusa
E sembra proprio che questo valga sia nella democrazia, quanto nella dittatura.

Che sia un rischio calcolato o una rassegnazione programmatica?





Si può ridere di ogni cosa?
Non lo so. Non so quanto c’entri il rispetto, quanto la paura.
Credo solo di avere il dovere di ridere, il dovere della leggerezza, in tempi in cui questa o non esiste o viene scambiata per una sciocchezza.

martedì 12 giugno 2012

OGGI, UN BAMBINO

Riapro il giornale, errore banale.

Apro il giornale, scorro nel web, politica, cronaca, crisi economica.
Ieri la Grecia che sta per cadere, oggi le banche spagnole da salvare.
Da noi la presunta lotta tra il tecnico ed il politico, l’eterno conflitto tra l’esperto serioso ed l’incapace simpaticone. Ammesso esista davvero un’alternativa.

Salto la cronaca.
Gli omicidi passionali mi hanno “mediaticamente” stancato, la violenza sulle donne che continua e cresce, gli uomini infelici, depressi, tutto in un ritmo perpetuo: prima l’ipotesi ciarlatana, la supposta spiegazione professionale e, infine, la condanna emotiva che ci dovrebbe riunire tutti in un forte abbraccio.
Sarà per questo che preferisco una certa distanza, una sana distanza.

Cosa c’è di nuovo oggi?

Unicef: 215 milioni di bambini coinvolti nel lavoro minorile in tutto il mondo. Più della metà svolge “attività a rischio” come schiavitù e sfruttamento sessuale.

Siria: Onu”Mai vista tanta brutalità. I bambini vengono torturati, mutilati e uccisi. Poi i soldati li mettono sui carri armati.”

Silenzio.
Perché se solo hai mantenuto un contatto, un piccolissimo canale di comunicazione con il tuo io bambino, con quello che sei stato, non puoi non rimanere in silenzio.
Il punto non è vedere i bambini intorno, sorridere loro e pensare a quanto sono carini, giocherelloni e spensierati; il punto non è neppure, per quanto efficace probabilmente potrebbe essere, avere dei figli propri ed immaginare per loro qualcosa in meno di un’eterna e smisurata felicità.
(Chiedo scusa qui per l’evidente luogo comune, utilizzato soprattutto per enfasi, piuttosto che per profonda convinzione)

Ad ogni modo non credo sia questo il punto, non credo sia questo il punto di vista dal quale guardare a questa realtà.
I bambini non hanno la loro essenza nella bellezza del guardarli, nella tenerezza delle loro parole, nell’illusione delle loro piccole anime.

L’innocenza, simbolo spesso travisato: perché l’innocenza è di chi non ha colpa, non di chi non capisce cosa sia la colpa. E i bambini, con una logica a volte molto più lucida della nostra, la capiscono bene.

Loro sono persone, persone in potenza: persone che vivono, che guardano, che capiscono. Nel colpire loro, non colpiamo chi non può comprendere, solo chi non può reagire; noi stiamo cambiando il modo in cui quelle “piccole persone” guarderanno il mondo d’ora in poi.
Lo stiamo cambiando per sempre.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta.
(Ma pochi di essi se ne ricordano.)”            Antoine de Saint Exupéry

Questi bambini se ne ricorderanno, e anche se fingeranno di aver dimenticato, si domanderanno per tutta la vita, nelle loro anime rotte, cosa poteva poi significare infondo essere felici.

Silenzio.

venerdì 1 giugno 2012

CERIMONIALE

2 Giugno o non 2 Giugno? Questo è il problema…
Già perché ormai siamo talmente arrabbiati, stanchi, delusi dall’Italia che ci hanno cucita addosso e dalla quale difficilmente potremo liberarci (almeno in breve tempo), che ad andarci di mezzo è stata proprio la festa, forse, più importante di tutte. (Oggi più che mai)

Quanto c’entra veramente il terremoto in Emilia?
Quanto ne sa il terremoto della condizione del nostro paese?
[Effettivamente ha avuto un tempismo impeccabile, lui, giusto in tempo per rinfrancare una rabbia già dilagante. E per uccidere delle persone certo…ma in questi casi c’è sempre da chiedersi, con grande onestà, chi le abbia davvero uccise.]

C’entra il terremoto, se provoca, suo malgrado, un’ulteriore accisa sui carburanti.
C’entra perché per fare una celebrazione, per organizzare una parata delle più prestigiose forze armate del paese ci vogliono soldi. Gli stessi soldi del carburante.

Soldi in “tempo di crisi”.
Soldi in “tempo di terremoto”. (o in “terra di terremoti”)

Ma il valore simbolico? La necessità di ribadire e ricordare? La voglia di farlo.
La necessità di riconoscersi in qualcosa di più grande che ci unisce; la volontà di fondare un cosmopolitismo maggiormente consapevole e saldo. La possibilità di trovare un ruolo in Europa, nel mondo.

L’italiano cha ancora s’ha da fare.

Certo, se guardi da vicino (vicino al tuo estratto conto, vicino al modulo di disoccupazione, vicino a tuo figlio che non potrà godere del termine emancipazione, e vicino alle macerie della tua casa o del tuo capannone, costruiti prima e costruiti male), beh allora del valore simbolico, del messaggio di riconoscimento e coesione nazionale te ne importa ben poco.
La lungimiranza non è dote per disgraziati, ma è proprio nella disgrazia che c’è più spazio per vedere oltre, come davanti ad una “tabula rasa” l’orizzonte diventa inevitabilmente più vicino, più possibile. (Paradossale…)

Certo però, se guardi da lontano, se guardo da lontano vedo sempre la stessa cosa, lo stesso antico meccanismo: la “guerra dei poveri”. Illusi di poter scegliere, illusi di poter anche solo penetrare le ragioni profonde che muovono il mercato; illusi che l’alternativa non possa essere altro che tra l’accisa del carburante e la parata del 2 Giugno.

L’illusione crea i mostri, l’illusione di chi non può capire, l’illusione di chi ci ha detto che ci si deve rassegnare.

Sempre questione di illusione; o semplicemente di prospettive.
  

venerdì 11 maggio 2012

EQUA ITALIA


L’equa Italia, l’Italia equa. Assurdo.
Assurdo chiamare così l’agenzia di riscossione tributi, anzi affascinante paradosso.

E’ un paradosso e tutti avremmo dovuto saperlo, da sempre.
Chi ha creduto nell’equità, chi ha creduto semplicemente alla possibilità della giustizia proporzionalmente distribuita, ha sperato troppo.
E non c’è nessuna amarezza in questo.

Assurdo ancora di più in Italia (fuori da ogni tipo di demagogia).
Solo che è assurdo pensare che un popolo di furbi per definizione (e probabilmente anche per vocazione), di persone perbene soprattutto per quel che gli interessa, riuscisse ad avvicinarsi almeno un po’ all’idea di equità.

Ciascuno di noi la rivendica, ma ciascuno di noi se ne discosterebbe volentieri se venisse a suo vantaggio. [ E’ il difetto più grande di questo concetto. Un cane che si morde la coda.]

Evidentemente però, sentimentali come siamo, ci avevamo creduto almeno un po’: almeno quel tanto che basta ora per indignarsi davanti ai suicidi, alle proteste di piazza, alle uova.
Almeno quel tanto che basta per spaventarci davanti al terrorismo, ai dirigenti gambizzati, all’ombra delle BR e di un’Italia che sembrava lontana secoli da qui.

Fuori da ogni demagogia, spero.
Perché il politico parla di giustizia e, al massimo, immagina un compromesso.
Il prete parla di giustizia, guarda il cielo e pensa alle promesse.

E noi ancora a cercarla, a pretenderla, spesso a pagarla.
Come andar per campi a cercare un quadrifoglio: non sai se c’è, ma sai quanto comunque sarebbe difficile trovarlo.

Che dipenda dal sistema economico o dall’equilibrio politico, che dipenda dall’inconsistenza dell’ideale o dall’irriducibile inumanità dell’uomo, non è il momento di domandarselo.
Comunque, è una questione più grande di noi, più grande del vivere quotidiano.

Più grande delle lacrime, delle tensioni, delle cartelle esattoriali; più grande delle minacce delle banche, della mensa a scuola negata ai bambini, del welfare ridotto all’osso; più grande dei ragazzi che hanno tanta voglia e nessun lavoro, di quelli che la speranza l’hanno ormai persa, dei grandi, troppo grandi per non avere più un lavoro; più grande del cappio che in un modo o nell’altro abbiamo imparato a costruirci.

Questo accade, mentre si cerca l’ equità, in giro per l’Italia, in giro per il mondo.

mercoledì 9 maggio 2012

NON TEMERE


                                                                                                             - Per tutte le donne -                                                                  

Non temere per la mia felicità.

Te lo ripetevo sempre e mi coccolavo nell’idea della tua preoccupazione; scusami se ne ho goduto appena, mentre continuavo a ripetermi che solo chi ti ama davvero si preoccupa perché tu sia felice.

E gli anni passavano lenti ed inquieti, cambiavano gli sfondi, i paesaggi: come ogni vita, indecisa tra la sicurezza di ciò che c’è e la noia di ciò che sembra non cambiare proprio mai.
Banale quotidianità, ecco tutto.

Ovvia anche la mia irrequietezza, la voglia di cambiare qualcosa, piccoli accorgimenti per ritrovare l’entusiasmo. Scusami se ti ho ferito, ma non ti avrei mai cambiato. Solo che le donne amano disegnare gli ambienti, costruire i sapori, decorare la sostanza, lo sai.
Avresti dovuto saperlo, esserne certo.

Pensavo ai bambini, al futuro, a quanto di nuovo sarebbe arrivato e non ne avevo paura.
Non pensavo non avessi capito, non pensavo fosse possibile non capire.

“Non temere per la mia felicità!” dicevo, e non capivo.
L’unica cosa che non ho mai capito era proprio questa: non temevi che non fossi felice, ma che lo fossi troppo, che lo fossi senza di te, che ti estromettessi così di botto da me.
Tu che solo eri la mia felicità, io che non sapevo di essere una semplice proprietà.
Timore immotivato. Pensavo.
E pensavo bastasse dirtelo, rassicurarti.

Ma era già troppo tardi: io continuavo la mia vita con l’uomo che ricordavo di aver incontrato, tu serbavi rancore alla donna che credevi di non riconoscere più.

Non temere.
Solo questo era rimasto, e lo dicevo a me stessa.
Non temere, attaccati all’idea che hai, al ricordo di lui e nutrilo affinché esista ancora.
Se ci credi capirà, lo sentirà; deve esistere un modo per ritrovare un contatto.

E i giorni passavano lenti ed inquieti, sempre più inquieti. Non c’era più spazio per la noia, né per la voglia. Le pareti del mondo diventavano sempre più strette, soffocavano lo sguardo.
Rimaneva una casa, una preoccupazione incessante e la sensazione di qualcosa di rotto.

Rimaneva il sospetto, il controllo, la rabbia che offende.
Quando ancora mi era concessa l’indignazione. Poi solo il dubbio.

Quante volte ti ho chiesto di credermi? Quante di perdonarmi per qualcosa che non avevo commesso?Ed ora cosa resta?

Che io sia in un letto d’ospedale, in una casa famiglia o in una fredda lapide, non temere.
A te tocca ora domandarti cosa è successo, a te fare i conti con la consapevolezza;se un giorno riuscirai di nuovo a pensare a me, non temere.
Solo ora ho capito.

venerdì 27 aprile 2012

UN ALTRO VIAGGIO


Un altro viaggio a Roma, un altro racconto; per la precisione, una serie di racconti.
Scene di vita varia, della più varia e sempre un po’ paradossale. (Allen’s quid)
E mentre sento scorrere le vicende penso e cerco il filo, come sempre.

Mi piace pensare che quelli proposti non siano altro che una serie di racconti sulla “privatezza”, voluta, ricercata, persa o violata. Il privato, necessariamente ed indissolubilmente legato al suo opposto, costretto a cercare in continuazione un suo posto, un equilibrio, magari un accordo.

Credo sia una storia “vecchia quanto il mondo”, o almeno quanto quello moderno e civilizzato.

Ma oggi ancora di più, oggi trovare un equilibrio è ancora più complesso; e allora il racconto diviene improvvisamente un tema di attualità, una critica sociale (certo di gran moda, spesso demagogica).

Il modo di raccontarcelo qui però è delicato, elegante e divertente.

Ti accorgi subito del signore sconosciuto, anonimo per convinzione e mediocre per necessità che, improvvisamente ed inspiegabilmente, una mattina diventa famoso; diviene oggetto dell’interesse altrui, un interesse che ognuno dimostra secondo le proprie attitudini (come succede sempre).
Allora entra in scena l’assurdo, il morboso, il voyeuristico.
Non è più mondo dello spettacolo, non è più nemmeno celebrità: è iniziato il più estremo dei reality, quando la realtà vera costituisce l’oggetto di una curiosità inspiegabile.
[ Morbosa reinterpretazione delle myricae. ]
E lui che prova a resistere, che si stanca della celebrità, che si indegna davanti al non senso e, proprio sul finire, capitola al vezzo, quando ormai è troppo tardi per goderne.
Eroe contemporaneo. Godimento da privazione. Isteria.
Parabola di un uomo perbene, preso, confuso e gettato via.


E poi, di storie ce ne sono altre…

C’è il padre di famiglia, l’uomo saldo e genuino.
Il perfetto affresco del becchino che, per naturale contrappasso, sprigiona una gioia e una serenità semplice ed autentica. [ Sarà vero che chi fa pace con la morte scopre la felicità nel vivere? ]
Anche a lui, però, la vita riserva una fascinazione pericolosa: la possibilità reale di cambiarla la propria esistenza.
Suo unico mezzo sarà la voce, il bel canto.
Anche lui, però, deve fare i conti con la propria dimensione privata, forte ed incapace di scendere a compromessi con quella pubblica, meglio con il pubblico. C’è la fa, realizza un progetto, cambia la sua vita. Ma, infondo, è costretto anche lui ad accettare il compromesso: incapace di vincere l’ansia da palcoscenico, preferisce portare su quello stesso palcoscenico la sua vita privata, intima direi.
Cantando sotto la pioggia, cantando sotto la doccia.
 [ Ridi pagliaccio: un monito per tutti. ]


C’è anche la giovane attrice, aspirante intellettuale ed incline alle semplici fascinazioni.

Si innamora di tutto, ogni cosa la scuote e la rapisce, profluvi di citazioni dotte (tutte però di impronta romantica, un continuo “Sturm und Drang” diciamo).
Si innamora di tutti, fa innamorare tutti di sé.
Anche lei, però, a ben guardare, vive nella sfumatura, nell’accordo irraggiungibile con il proprio mondo interno; incapace di scindere fino in fondo, sembra portare tutta se stessa sul piatto, senza paura. In realtà, come sempre accade, non fa altro che riproporre, in un canovaccio continuo, un personaggio a cui tanto è affezionata e che tanto affascina chi l’ascolta.
Il segreto sta nel credere profondamente di essere chi vorremmo essere.
E funziona sempre…Tanto che un giovane architetto combatte contro un sarcastico alterego pur di amarla, soprattutto nella sua confusione.
Sarà stato un altro amante del controllo che capitola davanti a tanto incontenibile fluire disordinato.   

Man mano, passando a racconti meno sottili o semplicemente meno paradossali, ecco la storia degli sposini di provincia puri e ligi, che incontrano la “perversione” della celebrità e la “spontaneità” della corporeità. Se la storia è abbastanza ovvia, la riflessione su di loro scorre impalpabile.

C’è dell’altro certo, ma questo è ciò che resta, perlomeno dentro me: una sensazione gradevole, qualche sorriso amaro e la città più bella del mondo.


venerdì 20 aprile 2012

GRAZIE

Oggi mi sono imbattuta in uno di quei bigliettini stampati con i quali si viene ringraziati per aver partecipato al cordoglio di qualcun altro. Bruttini eh?! Bianchi, con quelle poche parole stampate in un carattere sobrio, le due striscioline nere sull’angolo, che traspaiono già dalla busta con la loro gravità.

Attimo di silenzio fisiologico.
Senso di oppressione inspiegabile ma delicato.
Meglio, quella sottile sensazione di non comprendere bene.
Silenzio riflessivo.

Mi sono chiesta come mai avessimo ideato questa forma di ringraziamento, questa ennesima formalità con la quale si chiude ufficialmente tutta la pratica del “trapasso” ( che modo violento per definire la morte eh?!).

Penso. Penso che infondo non voglio parlare di morte.
In realtà sto pensando proprio alla vita, a noi, all’umanità.

[ C’è stato un periodo nel quale ringraziavo sempre tutti per ogni cosa: non era manierismo, era pessimismo. Strisciavo nella vita silenziosamente, in modo da disturbare il meno possibile.
Per quello che potevo evitavo ogni rumore dato dalla semplice presenza e, dove non potevo arrivare, ringraziavo a testa bassa, ma di cuore. ]

Ringraziare per aver provato un sentimento di partecipazione e di pietà (pietas) nei nostri confronti. Non è strano? Ti ringrazio, e ti invio anche un biglietto, perché io ho subito una perdita (come si dice spesso, tergiversando) e tu hai pensato di starmi accanto in qualche maniera.

Una volta mi sono sentita dire “ti amo” e, così sul momento, ho risposto “grazie”.
Ho sentito stridere la mia risposta: semplicemente non era “appropriata”.

Non si può ringraziare qualcuno per i sentimenti che prova, non si deve. Non è un merito provare dei sentimenti, di qualsiasi natura essi siano, se lo fosse non sarebbero sentimenti ma riflessioni.
[ Lasciamo intatta almeno questa libertà. ]

E’ un’invasione di campo, infondo.
Quale frustrazione per chi si sente ringraziare: se ha provato un sentimento sincero, autentico si sentirà svuotato, derubato, violato nel suo mondo interiore, intimamente svelato.

Ai sentimenti bisogna credere sulla parola, meglio sull’azione.
Spesso basta semplicemente lo sguardo.

Interpretare, ragionare, pontificare sul sentire altrui è pericolo, forse addirittura ingiusto.
Lo stesso vale anche per un semplice “grazie”.

Se, invece, stiamo parlando semplicemente di “maniera”, beh allora è tutto un altro pensare.