"La gente a tutto è disposta a rinunciare, fuorchè ai propri errori."

(Indro Montanelli)







lunedì 6 febbraio 2012

3. PINNA D'INGRANDIMENTO

… … …    … ….

 Il faccino del piccolo Andrea viene attraversato da un lampo di felicità che salendo dalle labbra raggiunge gli occhi ed esplode in una combinazione di euforia ed eccitazione:
“Ehi ma tu parli? Dico a te pesce…tu parli davvero?”
Io…Io…No No, non è che Parlo…Ecco ho solo detto il mio nome, Trotsky appunto
Le labbra del piccolo Andrea si arricciano tutte in una smorfia di perplessità che non riesce però a sconfiggere la gioia che sgorga come una fontana dagli occhietti vispi:
“Beh…se dici il tuo nome allora parli…oppure sai dire solo come ti chiami?”
Ecco che Trotsky passa in rassegna tutte le raccomandazioni del papà sui mammiferi, sul pericolo, sulla necessità di essere sempre cauti. Ma si sa, i piccolini, che siano mammiferi o altro, non riescono a non nutrire una fiducia illimitata nei confronti del mondo, o perlomeno di quel mondo amichevole e rassicurante, dipinto per loro dai genitori.
E’ così che la pinna dorsale del pesciolino inizia a compiere dei piccolissimi movimenti verso destra e sinistra tanto da staccare il corpicino dal fondo e da farlo risalire appena un po’ verso la superficie.
Ecco io…….molto piacere [ecco il nostro eroe rompere ogni indugio e gettarsi sprezzante del pericolo verso l’ignoto, un ignoto che però ha le sembianze assai rassicuranti di un bambino!]
Molto piacere di conoscerti,  sono Trotsky,  direttamente dall’antica stirpe dei pesci rossi di stagno con pinna agilissima e dal colore rosso dorato
-----------------“Quindi ti avverto che se volessi tentare di rapirmi con l’inganno, probabilmente non ci riusciresti vista l’agilità che contraddistingue la mia razza

Mentre si presenta in questo modo il pesciolino acquista una sorta di strana sicurezza, sufficiente, però, per farlo arrivare molto vicino a quel faccione parlante, talmente vicino che, qualora il bambino allungasse un dito, probabilmente verrebbe smentita quella proverbiale agilità della sua razza che tanto stava decantando.

“Beh, il piacere è tutto mio Trotsky! Io mi chiamo Andrea, sono un bambino e…non credo ci siano delle particolarità della mia specie da raccontarti!!!”
Mentre dice così il bambino scoppia a ridere cercando, però, con gli occhi il musetto del suo nuovo amico e sperando di scorgervi un po’ di partecipazione…
Bastano pochi secondi e i due scoppiano in una grassa risata!!!

Ahahahahaha---------Ihihihihihih---------ahahahahahah----------

“Ora che siamo diventati amici posso chiederti una cosa Trotsky?”
Dimmi pure piccolo mammifero !
“Ma come sei arrivato sin qui? Voglio dire, spero che non ti offenderai se ti dico che questo non è esattamente il posto giusto per un pesce…Non fraintendermi, io sono molto contento che tu sia qui, solo che…come dire: io vengo spesso qui (diciamo tutte le settimane con i miei genitori da quando sono nato) e non ho mai incontrato un pesciolino…e dico mai e poi mai!!! [ E pensare che ho perlustrato mille volte ogni angolo di questo posto nei momenti di noia!!! ]

-------------------------------------------------------------------------
Forse sei venuto a pregare anche tu?! Magari c’è qualcuno di malato nel tuo lago, un bisnonno o una prozia, e allora sei venuto qui per pregare un po’…. Ma, scusa la domanda, i pesci pregano? E se sì, chi pregano? Voglio dire è lo stesso nostro dio? O magari è il dio dei paesi caldi?
                         [Ppppsssssss: “Ehi Voi, Voi che state leggendo!!!Mi vedo costretto a supplicarVi (cosa in sé davvero poco elegante!) a non rivelare alla mamma quello che sto tentando di dire al mio amico….infondo ad un amico si fanno le confessioni più segrete…ed io le faccio a Trotsky! Il fatto, poi, che Voi possiate sentirle (anzi leggerle) vi rende nient’altro che dei ladri di segreti!!! Perciò Vi prego, sbircioni di confidenze altrui, di tacere e non rivelare…D’accordo???]

Devi sapere, infatti, caro pesciolino che esistono diversi “Dii”…Se accendi la Tv, infatti, verso l’ora di cena il notiziario ti inizierà a raccontare di combattimenti, guerre, povertà…Mentre un signore parla, potrai vedere delle immagini di paesi caldi, deserti e sole cocente!
Un posto che ogni volta ti fa venire una voglia di andare al mare!!!

Ma non lo puoi dire, perché sennò papà inizia a spiegarti che quei posti sono pericolosi, che c’è sempre la guerra (anche quando in Tv si dice che non c’è !!!) e, soprattutto là ci sono persone tanto diverse da noi, talmente diverse che credono in un altro Dio….
Beh…questa storia di un altro Dio io ancora non l’ho capita tanto bene! Come possono esserci diversi “Dii”? Che fanno convivono? Si dividono il cielo così come noi ci dividiamo la terra? -----------------------------------------------------------------

E poi hanno gli stessi poteri? Oppure ciascuno ne ha di particolari come i supereroi[1]…ma se così fosse allora magari bisognerebbe pregarne uno o l’altro a seconda delle esigenze! Mah…
Se devo essere sincero, caro amico squamoso, queste domande mi vengono sempre in mente, anche se mamma e papà dicono che non devo pensare a queste cose; speriamo che non faccia un grandissimo peccato! Loro, quando glielo chiedo, diventano tutti rossi, si guardano in silenzio e poi ricominciano con la storia dell’età, delle cose che si capiscono man mano e, dopo un giro di parole di lunghezza ed intensità variabile, concludono con “perciò questo argomento è uno di quelli che possono essere capiti solo da grandi…non avere fretta e un giorno tutti i tuoi dubbi si chiariranno”. Che poi, io non sono mica sicuro che per loro sia stato così! Infatti quelli che si vedono in Tv all’ora di cena litigano, non si parlano o addirittura si uccidono…e quelli non sono forse grandi abbastanza? Come mai loro ancora non hanno capito?
Ora voglio proprio sapere come è il Dio dei pesci, dimmi tutto così vediamo se capisco qualcosa in più.”

“Pregare? Dio? Prozii malati? Ecco…non capisco proprio cosa intendi ! onestamente non ti  posso dire come sono arrivato sin qui e… non saprei dirti esattamente neanche dove siamo adesso ! ma per questo credo tu mi possa aiutare, giusto?
Cominciamo dall’inizio: come ti ho già detto mi chiamo Trotsky e sono un pesce rosso. La mia famiglia proviene dalla lontana tundra russa, e da qui l’originalità del mio nome! Io, però, sono nato qui, in un bel lago (diciamo uno stagno!) e lì mio padre ha subito cominciato ad insegnarmi come si vive da pesce: ci sono tanti pericoli sai negli specchi d’acqua, soprattutto in quello dove abito io perché ci si affacciano tanti mammiferi, sia grandi sia piccolini come te! Subito mi ha insegnato a difendermi dalle carpe…non so se ne conosci qualcuna, ma sono terribili !!! Sempre con quel muso sornione, sembrano perennemente stanche e distratte, ti passano vicino e sembrano non notarti neppure. Ma poi basta un attimo e ZAN ! ecco che ti afferrano e cominciano a solleticarti con quei loro baffoni appuntiti… Papà lo dice sempre “ Mai fidarsi del muso di un pesce…dal muso si può vedere il suo essere bello, non il pericoloso ! ” E’ tanto saggio il mio papà sai .
Poi ha iniziato a parlarmi di voi mammiferi e, onestamente, mi ha spaventato parecchio! Dice che voi infondo siete il più grande pericolo per ogni pesce…peggio addirittura degli “zampa lesta” ! [2]
Voi ci ingannate, ci prendete in giro con l’ amo, lo camuffate, nascondete la verità e ci tentate con dei vermetti succulenti…Papà dice sempre che non bisogna mai fidarsi di un mammifero!
“Chi vive all’asciutto non può avere pietà di un pesce, mai !!! “ Nessun pesce che si sia allontanato dal lago e che abbia avuto a che fare con voi è mai tornato; si dice che alcuni, i più fortunati, siano stati messi in un laghetto piccolo piccolo, da soli, costretti a girare intorno ad un’alga che non è un’alga e a mostrare in continuazione la loro pinna a tutti quei faccioni curiosi…
Così sono cresciuto sino a che un giorno, non so ancora come, mi sono ritrovato qui, solo, senza neppure sapere dove sono e perché. Oggi, inoltre, ho incontrato te che sei un mammifero e, perciò, dovrei aspettarmi grandi problemi in vista… diciamo pure che io ancora non ho capito nulla!!!
E per giunta ora tu mi parli di dio, di pregare, di guerre e di litigi tra mammiferi…mah…
Tanto per iniziare vorrai scusarmi se mi permetto di chiederti esattamente dove siamo??? ???”


Stai calmo pesciolino…capisco che gli insegnamenti del tuo papà ti rendono sospettoso ma io non sono proprio un mammifero (credo!?)…va bè non lo so…però so che sono un bambino e, si sa, i bambini vogliono bene agli animali…non ti voglio fare del male e poi…io non ce l’ho un acquario in caso!!!



[1] Ogni riferimento ai “Fantastici 4” o simili è caldamente scoraggiato, qui o altrove, dall’autore.
[2] Con “zampa lesta” il nostro eroe intende il comune gatto cittadino. Da non confondersi con “ artiglio mortale”, con cui si intende invece il gatto di campagna, allo strato brado (notoriamente più capace ed avvezzo alla caccia e al procacciare il cibo).

mercoledì 25 gennaio 2012

2. PINNA D'INGRANDIMENTO


... ... ...     ... ....
Non saprebbe dire come sia arrivato sin lì, non ricorda il momento della partenza…forse nuotando nel lago ha scoperto un fiumiciattolo e così è stato trasportato dalla corrente (è sempre stato un avventuriero, o perlomeno lo ha sempre pensato!). Ma poi? Come era finito quaggiù?
Del passaggio dal lago a qui ricorda solo alcune immagini confuse: c’è acqua trasparente, niente alghe, non sembra un lago, la superficie dell’acqua sembra da ogni parte, perché da ogni parte si vedono la luce, i colori, il mondo…sembrava di essere in un cerchio, in una palla d’acqua.
Poi in un attimo, una cascata…ed eccolo qui, in un posto indecifrabile, probabilmente molto lontano da casa, senza minacciosi mostri, senza ami provocatori…senza nessuno.

Se Trotsky dovesse descrivere questo suo nuovo habitat a qualcuno (supponendo che il destino lo avesse aiutato e gli avesse portato qualche pescetto con cui parlare!!!) direbbe subito che è un posto veramente strano: il silenzio qui regna per gran parte della giornata, quel silenzio talmente profondo che lo senti tutto intorno, che è materia e ti tocca se ti ci trovi dentro. La luce poi non è mai molto forte, sempre soffusa…come se il sole si fosse invecchiato e fosse tanto stanco. Ci sono però dei momenti in cui, come se il sole ringiovanisse, una gran luce arancione colpisce la superficie dell’acqua, una musica comincia a diffondersi nell’aria tutta intorno e una voce forte e perentoria inizia un lungo racconto…ed è proprio in momenti come questo che Trotsky vede tutte quelle persone avvicinarsi al suo “laghetto”, sospirare pensierose e con lo sguardo fisso verso il pavimento, sfiorare l’acqua per poi allontanarsi.

Trotsky se li ricordava bene gli insegnamenti del papà e, preso dalla paura di dimenticarseli, li ripeteva ogni mattina, come inizio di una nuova giornata. Sapeva di non potersi fidare mai delle carpe, degli ami e degli umani, e non voleva sbagliare! Ma ora era arrivato anche per lui il momento di diventare un pesce adulto…di cavarsela da solo; forse era stato proprio il papà a mandarlo in quel posto nuovo per vedere come se la sarebbe cavata da solo…Chissà!
Certo era convinto di quello che gli aveva detto suo padre, infondo non poteva certo sbagliare, né tantomeno ingannarlo; forse, però, non conosceva tanto bene gli umani, o aveva conosciuto solo quelli del lago che magari sono più cattivi.
Insomma, Trotsky ci aveva pensato e ripensato ma non riusciva a convincersi che quei signori che ogni tanto passavano di lì volessero fargli del male: non avevano ami, non avevano baffi come le carpe, e poi sembrava che volessero salutarlo con quel dito che sfiorava ogni volta l’acqua!

Quella mattina poi, c’era un’atmosfera talmente bella, un sole così limpido che finalmente riusciva a raggiungere obliquamente l’acqua e ne illuminava tutte le particelle…persino le squame di Trotsky sembravano più brillanti, più rosse! E poi quel vociare continuo ma discreto, quelle ombre che incessantemente si scorgevano dall’acqua e scappavano via; non c’era concitazione, ansia, nervosismo…tutto era armonioso, rassicurante!
Chissà che cosa stava per accadere? Chissà se Trotsky sarebbe mai riuscito a capirlo?
Infondo è lì tutto solo, senza uno straccio di pesciolino amico, senza una pinna contro la quale grattarsi…non ci sono neanche delle uova per poter sperare nell’arrivo di qualche nuovo amico!!!
Come vorrebbe tornare nel suo lago, poter stare ancora per un po’ sotto la calda pinna della mamma; affronterebbe e subirebbe anche gli sguardi delusi del suo papà pur di ritornare a casa, pur di non essere più solo…

Nel bel mezzo di tutta questa concitazione generale, però, proprio mentre Trotsky è assorto e catturato da tutti questi pensieri così tristi, ecco apparire oltre la superficie luminosa un faccione immenso, che copre tutto lo spazio non lasciando più scorgere lo sfondo. E’ la prima volta che qualcuno si avvicina così tanto all’acqua, è la prima volta che qualcuno, invece di immergere solo lievemente il polpastrello, sta evidentemente tentando di immergere tutto il viso…
Ecco ci siamo, pensa Trotsky, aveva ragione il papà, gli umani sono sempre cattivi e quel faccione è lì per dimostrarmelo. Ha sbagliato a credere nella bontà degli uomini, nel dimenticare quell’amo che costantemente pende sul capo di ogni pesce, nel pensare, proprio lui, di poter smentire l’esperienza di generazioni e generazioni di pesci!
Eccolo lì, il piccolo Trotsky davanti alla sua resa dei conti, stretto nelle pinne, appiccicato alla superficie laterale, spaventato e perciò ancora più piccolo, un pesciolino che forse non è ancora pronto per tutto questo…

“Ehi tu, che ci fai lì dentro? Dico a te pesciolino…mi senti?”
… … …? … … …!!! [PERICOLO-ALLARME ROSSO-ATTACCO UMANO FRONTALEEEEEEEEEE]

“Un pesciolino qua dentro, e chi se lo sarebbe mai aspettato…chissà come è arrivato sin qui! Che bello, ora lo dico alla mamma! -------------------------Anzi no, poi magari la mamma lo dice a Don Roberto e lo portano via! I grandi sembrano sempre così sicuri di ciò che è giusto e ciò che non lo è, basta esporre loro un problema ed eccoli subito con una risposta, anzi con la risposta adatta…a volte penso che prima di diventare grandi (però non so bene quando) ti facciano imparare a memoria un librone con tutte le risposte che dovrai dare nella vita, così da essere sempre preparato…Anche la mia mamma è proprio così, sicura di sé e di quello che dice; così mi sento al sicuro, mi sento al riparo dalla possibilità di fare la cosa sbagliata!------------------------------------

Anche se, in effetti, a volte non riesco bene a capire perché ciò che dice sia la cosa giusta: come quando si è infuriata perché ero diventato amico di un bambino del nostro quartiere…dice sempre che l’amicizia è importante, che i bambini devono stare insieme e poi?! “Quel bambino è un’eccezione!” aveva detto “non voglio che lo frequenti, né che vai a casa sua! E non si discute, chiaro?”

Eh già…alcune cose vanno spiegate e rispiegate [anche quando in realtà non sono mica tanto divertenti da ascoltare!!!] altre invece rimangono lì, intrappolate in un “non si discute”.-------------------
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La mamma non lo sa, ma a volte la guardo quando, mentre cucina, si ferma per un attimo, immobile, guarda un punto esatto tra le piastrelle e vedo formarsi, quasi impercettibile, quella piccola piegatura tra le sopracciglia; chissà cosa pensa in quei momenti, chissà quanto è distante dalla cucina, dalla padella che rosola sul fuoco, da me. Mi piace guardarla da lontano in quei momenti perché lo so che, per qualche istante, anche lei non è più tanto sicura…per un attimo si fa piccola piccola come me, e va alla scoperta di qualcosa di nuovo.
Mi piace guardarla perché in quel momento sono io ad essere sicuro, assolutamente certo che durerà solo pochi istanti, solo pochi attimi nei quali io non posso e non devo entrare; mi piace guardarla ed assaporare il tepore della ferma certezza che appena spunterò de quella porta, appena lascerò cadere qualcosa a terra, l’incantesimo si romperà e la mia mamma tornerà tranquilla a dispensare risposte e certezze a tutti noi.”
“Allora è deciso…questo pesciolino sarà un piccolo segreto! Sarà il mio piccolo segreto…anzi il nostro, non è vero piccolino? Infondo oggi è una giornata speciale, sono tutti impegnati e i bambini devono stare buoni e tranquilli…e allora perché disturbare i grandi per un semplice pesciolino? Chissà come ti chiami…come sei arrivato sin qui…chissà…”

Mentre dice così Andrea fissa quell’animaletto attaccato al fondo della “piccola piscina” e giocherella con il dito sfiorando la superficie dell’acqua. Tutti i grandi sono fuori intenti a mettere appunto gli ultimi dettagli della cerimonia, la signora dei fiori ha appena finito di posizionare le piccole composizioni sui banchi e il prete si affaccia ogni tanto per controllare come vanno le cose.

TROTSKY[1]” una vocina titubante e preoccupata riemerge dalla superficie di quel piccolo stagno improvvisato, e poi ancora “TROTSKY”.
                                                                                     ... ... ...continua... ....

[1] Per quanto riguarda l’etimologia del nome del nostro eroe, è necessario in questa sede ricordare l’origine orientale, ed in particolar modo siberiana, di questa particolare razza di pesce. Questo tipo di chiarificazione si rende necessaria a fronte delle possibili accuse di faziosità e parzialità mosse già in precedenza al nostro pesciolino (per altro “rosso” – la natura non lo ha aiutato di certo!).
Inoltre sembra utile specificare come il nonno del suddetto pesce, tale Igor Il, più noto in occidente come Lenny, sia immigrato nel nostro paese già in giovane età, risalendo le acque del Don e del Danubio prima, del Tevere poi; il pesce inoltre risulta regolarmente registrato all’ ufficio immigrazione (con tanto di pinna digitale) e sembra che la sua famiglia non abbia mai avuto contatti con organizzazioni legate al mercato “ittico”  per mano di giostre o circhi di alcun genere.
[Acipenser gueldenstaedtii ( storione russo ): lo storione è il più grande pesce d’acqua dolce diffuso in Europa. All'epoca degli amori abbandona i mari in cui vive abitualmente (Mar Nero, Mar Caspio) e risale i fiumi che in essi si riversano, spingendosi fino ai loro maggiori affluenti o, nel Danubio, fino a Bratislava. In genere vengono catturati esemplari lunghi 1,30 - 2,50 m e aventi un peso di 20 - 30 kg.]
Va tuttavia ricordato come nei secoli, la nobile stirpe del nostro Trotsky abbia privilegiato unioni miste e trans-raziali: questo può ben spiegare come l’ultimo esemplare della famiglia vanti delle dimensioni poco (pochissimo) superiori ad un semplice pesce rosso.

domenica 22 gennaio 2012

THIS COULD BE...

Ieri sono andata a vedere, con discreto ritardo, un film che immaginavo avrei trovato molto interessante: “This must be the place” di Paolo Sorrentino. Sono bastate poche immagini, infatti, per riportarmi subito a quelle forti sensazioni che avevo provato anni fa nello scoprire “Le conseguenze dell’amore”. Sono passati anni e ancora oggi non saprei descrivere cosa provo davanti a quel film: posso solo ricordare quel senso di apnea, una sorta di soffocamento senza ansia, senza paura.

E’ stata questa, dunque, la riflessione che ha occupato i miei pensieri già dai primi minuti; Sorrentino riesce a restituire, in un modo acuto e piccante, come un odore forte di spezie in un pomeriggio torrido, lo straniamento dell’uomo. Descrive situazioni particolari, personalità complicate, è vero, ma ben presto, nello snodarsi della pellicola, ti trovi immersa in quella sensazione e la riconosci come familiare, come se l’avessi provata anche tu. Quell’idea sottile di inadeguatezza, di squilibrio nei confronti del mondo, l’ingombrante sospetto di non essere a tuo agio nella tua vita. Infondo, che cos’è che ci appartiene più della nostra vita? Esiste qualcosa che sia più profondamente legato a noi, che ci determini e con il quale dovremmo sentire un’esatta corrispondenza? La sensazione che qualcosa stia sfuggendo, o meglio sia già sfuggito, non può quindi che suscitare in ciascuno un misto di paura, incredulità e dolore silenzioso.
Uno stridere di denti nel pieno della notte, una perdita di controllo.

Subito dopo, lo riconosco, ho pensato alla mia situazione: ero sola, giovedì pomeriggio, in un cinema che proponeva un cineforum dal quale tutti poi siamo scappati. Intorno a me (perché se sei da sola ti rendi conto di quante chiacchiere riesci a cogliere anche involontariamente), persone di mezza età, avvolte in cappotti e pellicce che parlavano di cinematografia, di scelte di regia, di attori validi e di meteore dello showbiz. E come al solito, mi sono ritrovata a domandarmi, quanto ne sapessero davvero, quanto ne raccontassero, quanto la simulazione potesse trarci in inganno tutti e con tanta frequenza. [ Sarà davvero simulazione o solamente la genuina convinzione di sapere quel tanto da poter formulare giudizi che profumino di competenza? O sarà vera competenza che non so riconoscere? ]

A questo punto, abbandonato l’ascolto della recensione degli ultimi film in programmazione, ritorno al mio film ed inizio la seconda riflessione: l’immagine della donna restituita dalla storia. In una realtà come quella odierna, in un mondo fatto di tributi, di onorificenze, di negazioni e di oltraggi, ho trovato davvero elegante il modo di raccontare una storia nella quale i personaggi sono quello che sono, persone complesse e non stereotipi da messaggio promozionale, da morale della favola. Ed è in questa complessità che ho potuto notare come le donne di questo film, sono diverse, singolari e imperfette, ma sono anche tutte dotate di una forza, di una capacità di sostegno incredibile. Gli equilibri delle vite dei personaggi sono tutti retti da donne forti, capaci di invecchiare, di stancarsi, di impazzire se necessario, ma sempre di costituire un punto saldo per chi sta loro accanto.

[ Le femministe, a tale riguardo, direbbero che questa altro non è che una nuova e pericolosa riformulazione dell’etica della cura, della convinzione, maschile e femminile, che le donne siano nate per accudire, per prendersi cura degli altri (mariti, figli, genitori anziani…), che lo facciano bene e che, per questo, debbano in qualche modo continuare a farlo. Chissà…]

Ci sarebbero tantissime cose da raccontare del film che ho visto, tanti piccoli dettagli molto affascinanti, evocativi: ma racconterò quello che credo sia il più importante. Chi è il protagonista? Un uomo di circa cinquant’anni, un ex (rock star, tossico, famoso, felice…), un uomo come tanti che non ha saputo riconoscere il momento in cui passare dal “sarò” all’ “avrei potuto essere”.
Dite che di queste persone se ne trovino poche al mondo? Io credo, invece, che tutti noi, specialmente noi, corriamo lo stesso rischio; credo che potremmo scoprirci adulti, anziani, senza essere mai cresciuti. Sembra un paradosso, un’assurdità.
La più frequente e possibile assurdità dei nostri tempi.
E’ questo lo straniamento più grande del film, e non serve essere delle rock star o dei tossici, per capirlo e per viverlo. C’è un punto del film, in cui il protagonista si domanda come mai non abbia mai cominciato a fumare, nonostante gli innumerevoli vizi si sia concesso in gioventù. A rispondergli ancora una volta una donna: solo i bambini non conoscono la tentazione del fumo. Nel suo caso, il non aver conosciuto questa tentazione era la dimostrazione evidente del suo essere rimasto nel profondo un bambino. Affascinante interpretazione.

Potrei continuare per ore su questo tema a me particolarmente caro; potrei continuare a domandarmi come mai non riusciamo più a diventare grandi. Dovrei integrare analisi sociologiche con riflessioni psicologiche, bilanci economici con considerazioni politiche. Ma questo sarebbe tutt’altro.
Rimane una bella quanto spaventosa restituzione cinematografica di quello straniamento che almeno io sento con forza dentro di me e nel mondo.

Dimenticavo: l’esistenza della possibilità di un riscatto, di un nuovo ciclo. La speranza.

mercoledì 18 gennaio 2012


PINNA 
D’  INGRANDIMENTO


            Una storia liberamente ispirata ad una vicenda “ quasi vera”….
…almeno quel tanto che basta per risultare incredibile!

Quella mattina c’era qualcosa di strano nell’aria: forse la luce era diversa, magari il vociare più confuso e concitato, i passi affannati rimbombavano nel tepore di quell’inizio di primavera.
Chissà che cosa succederà oggi di speciale?” si domandava un po’ perplesso Trotsky. In fondo, qualsiasi cosa stesse per accadere, sarebbe stata un po’ lontana per lui, destinato com’era a vederla e capirla solo portando il musetto a pelo d’acqua. 
E’ dura la vita del pesce, soprattutto del pesciolino rosso!” ripeteva sempre questa frase il suo papà…se la ricorda ancora Trotsky; e già a quel tempo, quando era ancora un pesciolino talmente piccolo da sembrare trasparente nei riflessi del lago, già da allora si chiedeva come doveva essere la vita del pesce adulto. Mentre cresceva, poi, il papà aveva iniziato a mostrargli i mille pericoli dai quali doveva difendersi: mai avvicinarsi ai pesci più grandi, soprattutto alle vecchie carpe che popolavano quel laghetto. Nonostante all’apparenza sembrino molto simpatiche (con quei baffoni!!!) e pacifiche, meglio non avvicinarsi mai quel tanto che basta da sembrare una facile preda, una soluzione veloce per il pranzo (Fast
Food: mi sembra dicano i mammiferi!!!).


Le alghe poi potevano diventare delle reti strettissime, delle trappole per qualsiasi pesce… e se ancora si è troppo piccoli per saper muovere la coda agilmente beh allora il problema diventa proprio serio!!!

Se c’era un momento, poi, in cui il papà alzava la voce e ti fissava con quegli occhi da trota, accorati e pieni di intensità, allora stava parlando del più grande dei pericoli, della trappola più temuta da ogni pesce, grande o piccolo che sia: l’amo[1].
L’inganno era astuto, diceva papà, il brillio argentato attirerebbe la curiosità di qualunque essere dotato di pinna, ( e probabilmente, si vociferava nel laghetto, anche i mammiferi non restavano certo indifferenti alla lucentezza ) e appena ti avvicini ecco che tutte le tue papille si risvegliano all’odore di qualche vermicello succulento. Qui al lago se ne trovano pochi di vermetti di quel genere, sono considerati proprio una rarità…altro che quelle uova di storione che i mammiferi tanto decantano e che chiamano, con superbia peraltro ingiustificata, “caviale”!
Ad ogni modo il messaggio che ogni bravo papà pesce rosso doveva trasmettere a suoi piccolini era, tanto per dimostrare come tutte le razze si assomiglino un poco, di diffidare dall’apparenza, di rimanere sempre vigili, soprattutto davanti ad un baffo simpatico o all’argento luccicante.

Tutti questi insegnamenti Trotsky li aveva capiti e se li ricordava molto bene…
Solo che continuava a domandarsi a cosa sarebbero potuti servigli ora; ora che non era più in un lago, ora che non c’erano carpe o ami, ora che le uniche presenze che riusciva a scorgere oltre la superficie dell’acqua erano i “mammiferi”, signori e signore che si avvicinavano, allungavano un dito per sfiorare l’acqua e se ne andavano. Nessuno sembrava minaccioso, nessuno tentava di prenderlo, forse nessuno lo aveva ancora visto! Talmente tanta, infatti, era la sua paura, che appena percepiva l’avvicinamento di qualcuno, Trotsky si faceva sottile sottile e si appiccicava alla parete. Qualche istante di “apnea” e poi… tutto tornava sempre come prima. Insomma, si poteva sostenere con discreta sicurezza che questi umani, per qualche strano motivo, sembravano non volergli fare del male.
Come diceva suo papà, però,  “la prudenza non è mai troppa, soprattutto con chi non ha le pinne!”.
Certo un piccolo inconveniente in questo posto c’era, va riconosciuto: niente alghe, né pesciolini minuscoli; con la manutenzione che fanno l’ossigeno non manca mai, ma probabilmente si sono dimenticati il cibo!!! !!! !!! Trotsky era lì ormai da qualche giorno e per ora si arrangiava, ma certo cominciava a domandarsi cosa avrebbe fatto se nessuno gli fosse venuto in soccorso.

                                      ... ... ... ... ... ... ... ... ...continua



[1] L’autore, in questo preciso momento, deve confessare l’irrefrenabile desiderio di comunicare al lettore una sua curiosità personale, probabilmente poco fondata: come mai l’amo, lo strumento attraverso cui i pesci vengono ingannati e pescati, si chiama proprio così. Deve considerarsi una casualità sfortunata la corrispondenza di questo termine con la prima persona singolare presente del verbo “amare”? Oppure esiste un significato più profondo? Rifuggendo, in questa sede, la tentazione ( per la verità poco allettante!) di gettarsi in una ricerca etimologica di qualche rilevanza, si preferisce ora rimanere nel dubbio, sicuramente romantico, di un significato antico e di un’origine lontana.
[ Se a qualcuno fosse tornata alla mente quella corrispondenza di matrice psicoanalitica tra Eros e Tanatos beh allora … …  … ma tutto questo cosa c’entrerebbe poi con i pesci??? Mah! ]

sabato 31 dicembre 2011

2011

A quanto pare è finito un altro anno e, ripensandoci, quante cose porterà via con sé…



Abbiamo quasi dimenticato la catastrofe di Fukushima con pochi mesi e un referendum dagli esiti inaspettati; e poi i terremoti, le alluvioni, la bella Italia che sgocciola via, con il suo fango e le sue illusioni.



Stavamo affogando nell’oblio di una crisi economica della proporzioni mondiali, quasi quasi avremmo volentieri dimenticato anche quella (non volevamo proprio crederci): ma per fortuna è arrivato lo spread.

La più bella partita dell’anno? Finanza- Politica 1-0 (partita secca, senza bisogno di supplementari, rigori, senza polemiche arbitrali). Premio rivelazione dell’anno.



Abbiamo conosciuto finalmente i poteri forti che guiderebbero il mondo; e abbiamo allungato la lista di chi di potere non ne ha proprio.



L’Africa finalmente si è fatta sentire, una ventata di primavera e d’azione che ci ha regalato, certo, un po’ di speranza ma anche tanti morti.

Dicono sia il prezzo della libertà. Dicono che questa sia la libertà.

Siamo stati talmente presi dal Mediterraneo turbato poco sotto di noi, che abbiamo finito per dimenticarci il corno d’Africa e la carestia che lo ha messo in ginocchio.

Ma non era già in ginocchio?



Tenere troppe cose a mente non è certo da paese civile.



Il mondo, dopo quest’anno, avrà alcuni tiranni in meno (per lo meno tra quelli celebri e universalmente riconosciuti): Bin Laden e Gheddafi, tra funerali concessi e foto negate. Passa un brivido a pensare come, dopo un’intera vita passata nel sangue e nella ribalta mondiale, tutto si concluda in pochi minuti; tutto, al più, si dimentica in pochi mesi.

Meglio si normalizza e non è più un caso, non crea più un caso.



Una notizia dura poco, la prima pagina è un lusso veloce e passeggero.



In Italia, poi, quest’anno abbiamo capito anche un’altra cosa: la sottile differenza tra lo sfruttamento della prostituzione e la solidarietà nei confronti delle più povere. Ma tutto questo è questione squisitamente etica, quasi frivola per la sua inconsistenza.



Niente a che fare con la finanza, con il mercato azionario, con le grandi banche.



Ci siamo commossi, ed  è questa la nostra risorsa, ci siamo riconosciuti tutti in un ragazzo che muore di corsa, in un sogno che finisce alla svelta. Ci siamo riconosciuti di nuovo in una dignità che ci stavano insegnando a non avere. D’improvviso eravamo tutti là, tutti insieme. Nessuna polemica. Nessun regionalismo.



Abbiamo pianto il padre del futuro che ci ha lasciato; la commozione nell’i-phone. Lo abbiamo pianto per il suo genio; ma sopratutto perché quando il futuro diviene passato, il cambiamento è necessario. E fa paura. Una piccola resistenza.



Ci siamo stretti davanti al tricolore, a pensare che di anni ne sono passati 150. Un momento di intimità e di onestà, prima di ritornare a rivendicare la secessione a colpi di formaggio stagionato.

Evidentemente, in 150 anni non si è trovato argomento migliore.



E’ stato, inoltre, l’ennesimo anno all’insegna del delitto perfetto: che poi sorge il dubbio che anche se tanto perfetto non è, l’unica scocciatura certa sono gli anni di processo da affrontare.



Abbiamo abusato quest’anno della fiducia, ma solo della versione parlamentare e politicizzata di essa. Ma ora è iniziata un’altra storia. Certo tutta da dimostrare.



Lo chiudiamo con il problema delle pensioni quest’ anno, croce e delizia di ogni programma politico; lo chiudiamo nell’austerità economica, ma anche nell’eleganza formale. Lo chiudiamo, infondo, come si chiudono tutti gli anni, un po’ confusi tra ciò che è stato e ciò che sarà.

Tra la speranza e la paura, l’aspettativa e la delusione.





Buon anno,

Magnolia

lunedì 12 dicembre 2011

LO SPAZIO BLU

Il blu è il colore della sobria eleganza, dell’ordine e della disciplina, della tranquillità e dell’equilibrio; è la prima volta che Viola lo pensa, che lo ripete a se stessa come un mistero svelato, come il dischiudersi improvviso e luminoso di una verità risolutiva, come quando risolvi un rebus.
In realtà, però, lo aveva sempre saputo: la mamma da bambina la vestiva sempre di blu la domenica mattina per andare in chiesa, di blu per i pranzi con i parenti e di blu ad ogni occasione mondana che si presentasse alla loro famiglia. Ricorda bene quella gonna a pieghe così pesante, lunga sino alle ginocchia ed oltre, che avvolgeva tutta la pancia, e solleticava le costole; ogni volta che la indossava, insieme alla camicetta bianca con il pizzo e il gilet blu, Viola veniva assalita da una sensazione di costrizione, credeva che quella gonna prima o poi le avrebbe tolto il respiro. Si immaginava, non senza un po’ di sadismo (ora lo capiva) di piombare a terra nel bel mezzo di un pranzo dagli zii o, ancora meglio, appena arrivati durante quel baratto confuso di baci e carezze: saluti retorici.
Eppure non ha mai avuto un malore, ha portato in silenzio quella gonna per tutto il tempo che la mamma ha ritenuto opportuno, ha assistito in silenzio al logorio del tempo, alla rottura della lampo; un silenzio tale da non ricordare nemmeno il giorno della sua liberazione definitiva.
Da quel giorno irrintracciabile nel quale quel tessuto è uscito dalla sua vita, Viola non ha più indossato nulla di blu, non ha nemmeno più acquistato nessun oggetto di quel colore. Unica eccezione i jeans, che però erano così lontani nella sua mente da quella gonna a pieghe!!!

Viola apre gli occhi, ecco ci siamo di nuovo…è in piedi, immobile, c’è una grande nebbia, quasi come se l’aria, se ogni singola molecola fosse diventata in parte solida e non lasciasse trasparire nulla. Si trova in una stanza circolare, come la hall di un albergo, vuota. Davanti a lei tante porte, tutte chiuse, da alcune traspare una flebile luce, da altre il buio totale. Il silenzio rimbomba.
Non è la prima volta che le capita, spesso si è trovata in questo luogo negli anni, è la sua “stanza blu”: la prima volta le è capitato la sera, nel momento in cui il sonno e la veglia si mescolano e si entra in quello stato tutto particolare di semicoscienza. Per uscire da quella stanza, l’unico modo è aprire una porta, quella giusta, pensava Viola all’inizio; quasi come in un quiz o in un reality show, avrebbe dovuto tentare la fortuna e scegliere una porta per vedere dove l’avrebbe portata!
Ma con il tempo, si accorse che la sfida non era questa.
In quella stanza l’aria pesa, grava sulle spalle, sulle braccia e attraversa tutta la schiena spingendoti a terra. Devi resistere, devi riuscire a muoverti, devi arrivare ad una porta, una qualsiasi, devi assolutamente uscire di lì.
Dietro le porte si sentono voci, musiche o silenzio…dietro ogni porta abita una possibilità diversa: per Viola sono tante le possibilità, c’è la voglia di costruire una carriera, di trovare soddisfazione in un’attività nella quale possa riconoscersi, di emanciparsi. C’è anche, però, il bisogno di essere amata, di condividere la vita con qualcuno, di accettare ed essere accettata. Dietro un’altra porta ci sono i viaggi che non ha ancora fatto, i cieli che non ha ancora visto, i visi che avrebbe voluto conoscere o che potrebbe conoscere senza volerlo. La gioia, la serenità.
Oltre quel muro, oltre tutte quelle porta esiste un futuro, il futuro possibile di Viola, e lei continua a chiedersi perché si trova lì ferma, perché non ha aperto tutte le porte e non è scappata al di là, perché semplicemente esistono quelle porte, quella dura materia a frapporsi tra lei e ciò che potrebbe essere, tra lei e la sua speranza di esistere.
Mentre si chiede questo eccola lì, paralizzata sotto il peso dell’aria, sotto il peso della materia, incapace di muovere un solo passo, incapace di desiderare profondamente qualcosa, incapace di immaginare la possibilità di stare maglio.
Sa bene cosa si nasconde dietro quei muri nella sua mente, e quanto vorrebbe essere lì…
Ma non riesce neppure a pensare che questo possa essere possibile, non riesce a credere che potrebbe essere felice, magari un giorno, magari in un futuro non troppo lontano.
E’ paralizzata perché la sola possibilità di muovere qualche passo, sotto quel peso ossessivo le sembra così lontana, quasi impossibile.
Chissà la mamma cosa farebbe, se potesse aiutarla, chissà se avesse amato quella gonna o se invece l’avesse strappata, chissà…

Viola passa molte serate nella sua stanza blu e non ne è felice; ci sono momenti in cui riesce ad avvicinarsi ad una porta e ad aprire anche solo uno spiraglio, poi ricomincia a nutrirsi di speranza. Ci sono, invece, dei momenti nei quali la paralisi ha il sopravvento e allora l’unica soluzione è aspettare che arrivi il sonno a salvarla e a strapparla per un po’ dalle sue paure.

Anche quello di Viola è un non-luogo, il non-luogo dell’anima. L’umore depresso. In quella stanza blu regna il silenzio, l’impossibilità di essere, il vuoto che si respira e soffoca. In quel blu confluiscono molti colori, vengono assorbiti, ma non riflessi. In quel blu si mescolano le vite di molte persone, le loro paure.
Come il ghiaccio che ricopre ogni cosa, ne rispetta i contorni ma li paralizza e ne congela il cuore. In attesa della primavera…

giovedì 1 dicembre 2011

ERA SOLO UNO SPUNTO

Passavo, leggevo, pensavo.
Più precisamente: passavo nel web per controllare la posta, leggevo distrattamente un articolo di un giornale, pensavo a quanta paura e quanta confusione stia iniziando ad infiltrarsi negli anfratti della nostra mente.

Pare, e lo dico nella maniera più neutrale possibile, che uno studio di qualche pregevole università abbia rintracciato un collegamento tra il grado di istruzione delle donne e la loro prolificità; pare, quindi, che quanto più una donna studi, acquisisca conoscenze e competenze, tanto più tenda a rimanere nubile e a non fare figli.

Il giornalista che riporta questa notizia, con il sarcasmo dell’editorialista e il disincanto dell’uomo che sa di sapere, sposa con sobria convinzione la tesi.  Se vogliamo salvare il nostro paese, continua, in preda ad una profonda crisi demografica e sull’orlo dell’estinzione, abbiamo a disposizione due possibilità: indulgere sull’immigrazione sempre crescente da paesi che non hanno certo il problema demografico, e/o convincere le nostre donne, colta testimonianza della crisi sociale odierna, ad “appendere il libro al chiodo”.

Come era facile prevedere, subito l’articolo viene seppellito da interventi scandalizzati e sconcertati di donne, e non solo, che rivendicano la loro posizione e inorridiscono davanti a tanta volgarità di pensiero.

Anch’io, come tutte le donne sono stata colta da questi sentimenti; mi sono sentita immediatamente offesa nel profondo, mi sono sentita privata della mia identità istintiva, biologica. Ho pensato che di nuovo accadeva quello che spesso è accaduto nei secoli e nelle nostre brevi vite (per lo meno a me è capitato spesso di pensarlo): si segue una strada, si intraprende un percorso, si ottengono risultati che, però, “magicamente”, una volta acquisiti, diventano della armi affilate capaci di ritorcersi contro di noi.
Niente di nuovo.

Ho ricordato i testi che ho studiato all’università, ho pensato al libro che proprio in questo periodo, sto leggendo: “Ave Mary” di Michela Murgia (interessante). Ed ecco che subito vengo investita da suggestioni di pensiero femminista, da rivendicazioni di una parità sempre mancante, dall’amaro di un gioco che non arriva mai ad una soluzione. La donna ha un ruolo sociale ben definito. E’ vero, negli anni è cambiato, si è trasformato, ma un ruolo è sempre un ruolo. Un ruolo è un posto, e ciascuno di noi ne ha uno. Chi non ce l’ha, in sostanza, non partecipa al gioco. Un ruolo è sempre parziale, sempre mancante, sempre costituzionalmente incapace di rendere giustizia della nostra complessità, delle nostre sfumature.
E la donna (perdonatemi la rivendicazione nuda e cruda) ne ha sempre sofferto più degli altri.

Allora mi ritrovo qui, davanti a questo schermo, io che sono cresciuta senza questa preoccupazione, in anni di celebrazione dell’ emancipazione (in anni così lontani che probabilmente invece di aver assimilato il passato, lo hanno dimenticato) mi ritrovo qui, combattuta e frustrata nello scoprire che, infondo, quella ricerca un po’ di ragione ce l’ha davvero. Certo non credo che la mia istruzione, così come quella di tante altre donne, mi potrebbe impedire di essere mamma, di pensarlo e di desiderarlo: è una violenza mentale, un ricatto inaccettabile.

Penso però che il nostro mondo si sia allargato, che abbiamo ammesso la possibilità di non corrispondere ad un modello statico. Penso che abbiamo ancora tanta voglia di dimostrare una parità che tarda ad esistere nel profondo, e probabilmente non esisterà mai.

Penso e ripenso.

Penso che ognuno di noi ha un ruolo, un ruolo più o meno complesso, composito. Penso che non riusciremmo ad esistere fuori da una categorizzazione; sarebbe un’anarchia utopistica.
Penso che ciascuno paga il prezzo di rientrare in un ruolo che gli andrà necessariamente stretto, e perderà una parte di sé.

Ritorna l’amarezza che accompagna sempre queste riflessioni.

Ma penso ancora: penso che il problema sia stato mal posto, che ci sia stata un’inversione nel modo di leggere la realtà. Fatto frequente.
Penso che se le cose vanno in questo modo, se le donne colte spesso non fanno figli o ne fanno pochi, la soluzione non può essere, come sembra sia già accaduto in passato, quella di toglierci una possibilità, la libertà. Nemmeno in un articolo scritto con provocatorio disincanto.  
Se volessimo (e pongo il problema sotto forma di ipotesi, perché rimane il dubbio circa la reale volontà di affrontare il tema) davvero analizzare la questione ci sarebbe anche da domandarsi come mai la società non è ancora pronta ad accogliere le donne, per quello che sono, a tutto tondo, nelle loro sfumature. Come mai una donna è necessariamente una moglie e una mamma: potenziale, effettiva o mancata.
Come mai la società non è ancora pronta ad accogliere l’individualità degli esseri umani tutti, uomini o donne che siano, e li stigmatizza in un dualismo bene/male, giusto/sbagliato, funzionale/disfunzionale.

Penso e il pensiero sfuma, confonde: bisognerebbe fermarsi, riflettere, chiarirsi le idee.
Ma, infondo, era solo uno spunto.