"La gente a tutto è disposta a rinunciare, fuorchè ai propri errori."

(Indro Montanelli)







lunedì 25 agosto 2014

Riflettendo su "Cecità"... - Saramago -

In questa estate così poco convincente ho incontrato un libro che mi ha lasciato addosso una sensazione di straniamento e una riflessione sottile che continua a bussare alla mia porta. La storia si basa su una supposizione, una proiezione fantastica in un mondo ipotetico fin troppo reale. Supponiamo che un giorno qualsiasi, in una città qualsiasi un uomo fermo al semaforo diventasse improvvisamente cieco; supponiamo che, come sempre, l’evento susciti curiosità e moderata preoccupazione tra gli astanti e tra coloro che lo vengono a sapere. Così inizia il libro “Cecità” di Josè Saramago, e già dalle prime battute l’interrogativo che ci viene posto con forza non riguarda la fantasia ma il nostro mondo così crudo e reale. Ecco allora la banalità di chi prova ad approfittarsi dell’improvvisa invalidità, delle debolezza, della paura.
Finora niente di nuovo. Ma se poi, con una velocità disarmante, questa misteriosa malattia si diffondesse seguendo sconosciute regole di contagio? Se nell’arco di una giornata tutti coloro che hanno avuto a che fare con il misterioso cieco avessero anche loro perso la vista? Nell’arco di pochi giorni si crea un esercito di persone che non vedono altro che il candore agghiacciante del bianco; la sicurezza pubblica impone la quarantena, l’allontanamento dei contagiati, l’allestimento di strutture per ospitarli ed isolarli.
Cosa succede là dentro, in un ex manicomio, in cui non esistono infermieri, aiutanti, pulizia? Chi aiuta quei poveri ciechi, che non hanno ancora imparato ad esserlo e tentano di aiutarsi vicendevolmente, per quel poco che vale. Qui Saramago non è avaro di descrizioni e particolari del degrado che può subire la vita umana e dell’annientamento di ogni dignità. Cos’è poi la dignità? Un concetto sociale, civile a tal punto da scomparire insieme alle dorate regole del  nostro piccolo mondo. Così ci si approfitta, si diventa avidi ed egoisti come non avremmo mai pensato di essere, si uccide se necessario, e si scopre che non era poi così difficile come pensavamo.
Gentile e saldo filo conduttore nella vicenda, una donna. Una moglie devota che si finge cieca per seguire il marito ed aiutarlo, e finisce per assistere tutti coloro che le orbitano intorno. La cosa più interessante e più spaventosa, il tema che ci mette violentemente davanti alla pochezza del nostro mondo, è la terribile condanna che subisce questa donna, alla quale non è stata tolta la vista ma ha subito di peggio: è stata obbligata a vedere la malattia, la morte, la distruzione e la disperazione attraverso i suoi occhi ogni giorno più stanchi. Quella donna è rimasta sola a contemplare la debolezza e l’estrema precarietà della vita umana con i suoi soli occhi e la sua sola forza.

Chi riuscirebbe a vedere così tanto?

lunedì 27 gennaio 2014

27 gennaio 2014: Giornata della Memoria

Oggi è il giorno della Memoria, data deputata al ricordo del genocidio degli ebrei per mano dei nazisti e di tutti i genocidi e gli stermini che sono avvenuti e avvengono nel mondo. Per questa giornata, il Corriere della Sera ha pubblicato sul suo sito dei brevi filmati che raccontano la storia di Vera Vigevani Jarach, una donna scappata dall’Italia da bambina e sfuggita così alla deportazione; quella stessa donna, molti anni dopo, ha perduto la figlia diciottenne, rapita durante il periodo della dittatura militare argentina e uccisa in uno dei tanti “voli della morte”. Questi brevi filmati sono molto interessanti perché allargano la prospettiva della memoria e universalizzano il dolore e il senso di ingiustizia.

Al di là di tutte le riflessioni che si potrebbero fare sul tema, e che probabilmente sono già state fatte, un momento in particolare di questi racconti mi ha molto colpito: il momento in cui la signora Vera si trova con il regista davanti a quel mare, a quell’oceano che costituisce ormai l’unica tomba per sua figlia e per altri trentamila ragazzi. Lì, Vera dice che è molto difficile essere la madre di un figlio morto, perché non si può più essere madre dopo la morte, ma necessariamente si rimane madre e, quindi, in lutto perenne.

E’ qualcosa che, in un certo senso, distorce la natura e la piega ad una logica incomprensibile al sentire umano, è qualcosa che non si può superare e, per questo, credo che ogni mamma, ogni genitore, debba cercare un modo, un motivo valido per vivere ancora, al di là della mera sopravvivenza. Vera ha trovato questo motivo, nella conservazione della memoria, individuale e collettiva, nella sensibilizzazione e nel racconto perpetuo. Ha consegnato sua figlia e il suo dolore di mamma alla storia, rendendosi parte di essa.

Mi chiedo, con il passare degli anni, quanti impercettibili cambiamenti abbia notato nei suoi racconti, quante parole scartate, quante scelte: mi chiedo sa abbia visto mutare il suo ricordo personale in fatto storico, mi chiedo se abbia sentito poco a poco crescere la distanza.

Me lo sono chiesta, mentre la vedevo gettare in mare dei fiori: come riporli sulla tomba.

Mi sono chiesta cosa proverà quella donna mentre guarda il mare, quelle acque che hanno accolto sua figlia per l’ultima volta. Toccherà quell’acqua? Riuscirà a bagnarsi alla riva? Se lo farà, è solo perché è riuscita a mettere una distanza, è riuscita a consegnarsi alla storia.
Probabilmente l’unico modo per sopravvivere.

giovedì 27 giugno 2013

HELL IS OTHER PEOPLE

Il mondo dei social network corre sempre più velocemente, le app a disposizione negli store digitali si moltiplicano esponenzialmente, ogni giorno ci viene messa a disposizione una possibilità in più, di solito una comodità, una semplificazione o un amplificatore di socialità.

Esponenziale e parallela è poi la crescita dei detrattori, dei critici, dei naturisti in ambito tecnologico: ci sono gli “integralisti della pacca sulla spalla” ovvero coloro che hanno scelto a monte di non fare parte del mondo social, perché incapaci di prescindere, nei rapporti umani, dal contatto oculare; poi ci sono i “tolleranti”, ovvero coloro che cercano l’ “aurea mediocritas”, il giusto mezzo in materia di connessione perpetua. I tolleranti sono un gruppo molto variegato, poliedrico e sfuggente, cavillano su taluna o talaltra app, utilizzano argomentazioni squisitamente teoriche ed attingono alle tematiche tradizionali dell’identità, della socialità, della libertà. A ben guardare, sono i retori più appassionati.
Esercizi di dialettica.

Ma sfogliando il giornale (per una maggiore precisione, scorrendo la schermata di un quotidiano online) oggi noto un articolo che presenta un nuovo social network  disponibile anche come applicazione per smartphone: “Hell is other people” ideato da Scott Garner. Volendo consapevolmente prescindere dal nome altisonante e sicuramente d’effetto, questo progetto sembra nascere dalla volontà di evitare gli altri, di rimanere beatamente soli. Il funzionamento, da quanto scritto, sembra molto semplice: nel momento in cui si accede, è obbligatorio scrivere dove ci si trova (così come su facebook è possibile effettuare il check-in) così che gli amici nelle vicinanze possano vedere la nostra collocazione e evitarci senza troppa difficoltà.

A pensarci bene, quante volte ciascuno di noi avrebbe voluto evitare una chiacchierata, un saluto ma non ha potuto, perché il caso ha posto quella persona sulla nostra stessa strada? Garner oggi ci ha fornito un nuovo strumento nella nostra lotta quotidiana.

Ma non sono certo qui per riflettere sui problemi della socialità e della comunicazione odierna: tanti se sono occupati e se ne occupano, possedendo le competenze necessarie o meno, ogni giorno.
Ciò che ho pensato, lo confesso, è che ci si è limitati ad utilizzare uno strumento fortemente “social” per raggiungere esattamente l’esito opposto. Al di là del risultato, mi chiedo se l’utente non possa provare un senso di fastidio, nella sua ricerca della solitudine, nel comunicare a tutti dove si trova, quanto distante dagli altri. Per una persona che vorrebbe rifuggire l’incontro con quelle persone che vengono registrate come amiche, richiedere di iscriversi ad un social network, inviare delle richieste di amicizia e comunicare loro, seppur con l’intento di evitarle, dove ci si trova è veramente un risultato grande.

Chissà qual è, se ce l’ha, il vero obiettivo di  Scott Garner? Magari sta conducendo uno studio sociologico sugli asociali e vorrebbe sperimentare nuove forme di socializzazione passiva.

E se ci fossero, invece, degli infiltrati? Se qualcuno utilizzasse, magari anche solo inconsciamente, la geolocalizzazione degli altri utenti per incontrarli, invece che per evitarli?

Certo, sarebbe proprio una beffa per un nome (Hell is other people) così altisonante…    

mercoledì 26 giugno 2013

VOGLIO DIVENTARE GRANDE!

Voglio diventare grande! Chi può aiutarmi a diventare grande? C’è qualcuno che possa aiutarmi? Sono stanco di essere solamente un bambino…voglio diventare un uomo!

Gridava forte quel piccoletto, con tutti i polmoni gonfi della sua voglia di cambiare. I suoi occhietti erano fieri ed altezzosi, ma la voce tradiva tutta la sua disperazione.

“Qualcuno qui ha voglia di crescere? Sei proprio sicuro di volerlo davvero?!” ecco farsi dappresso un ragazzetto, adulto anch’egli solo da pochi pleniluni.

“Certo che lo voglio: è la cosa che più vorrei in tutto il mondo! Voglio diventare forte come papà, voglio farmi crescere la barba e voglio perfino mettere la cintura ai pantaloni. Cosa può esserci di più di bello?! Puoi aiutarmi allora?”

“Dunque….” disse assumendo la posa di un professore a lezione “per essere grande devi, come prima cosa, smettere di piagnucolare, i grandi non lo fanno di certo! Poi devi smettere anche di avere paura: buio, fantasmi e qualsiasi altra cosa. Un adulto non ha mai paura, ricordalo. Infine, ed è la cosa più importante, devi assolutamente smetterla di cercare sempre la mamma. Più si cresce e più si sta bene da soli: si chiama indipendenza sai!

Hai capito adesso? Così si diventa grandi!”

Il bambino lo guardò con un visetto triste e spaventato, mentre gli occhi già si riempivano di lacrime: “Ma come faccio senza la mamma? Non esiste un altro modo per diventare grandi?”

“Ma certo che esiste” sospirò un uomo sorridente e calmo, che avrà avuto l’età di suo padre.
“Ascoltami bene: per diventare davvero grande devi, innanzitutto, trovarti un lavoro; anzi, un buon lavoro che ti piaccia e che ti faccia guadagnare molti soldi. Poi devi trovarti una fidanzata, bella ma anche brava, perché dovrà starti accanto per tutta la vita, e sarà faticoso. Infine potrete cercare una casa, magari con il giardino; all’inizio prenderete un cane, e poi avrete i vostri bambini. E a quel punto saranno loro a dover crescere.

Questo significa diventare grandi.”

“Ma come faccio a fare tutte queste cose? Sembrano davvero difficili! E poi, non penso proprio che avrò mai una fidanzata!” ci pensò un attimo e poi riprese: “Come vorrei, però, diventare grande…. ”

“Cosa vuoi tu, piccoletto?” rispose la sagoma di un vecchio, con la voce roca e stanca. Era di spalle. “Diventare grande….fammi pensare. Esiste solo un modo per crescere davvero e non è certo il più semplice: crescere, ragazzo mio, significa imparare ad aspettare! I bambini come te hanno sempre voglia di fare qualcosa di nuovo, di scoprire, di correre; conoscete bene la fretta, ma non considerate mai il tempo. Non avete proprio pazienza. Il gioco che volete, lo volete in quest’esatto momento, e comprarlo domani per voi non è più la stessa cosa. Arriverà il giorno, invece, in cui ti scoprirai ad aspettare un gioco, una situazione, una persona: sarai calmo, non urlerai e non piangerai…semplicemente aspetterai. In quel momento sarai diventato davvero un po’ più grande.

Ma da quel giorno in poi, tanta strada avrai ancora da fare, tante cose da imparare e tante emozioni da scoprire. Ma queste non te le posso proprio svelare…”

Si voltò solo dopo aver pronunciato queste ultime parole, pronto ad incontrare lo sguardo deluso di quel bambino determinato. Ma solo allora scoprì, senza troppa sorpresa, che se n’era già andato.

LA SCOMPARSA DELL'ORSETTO

“Aiutatemi, aiutatemi! Non riesco più a trovare il mio orsetto di peluche!”

“Dove può essere finito, il mio piccolo amico? La mamma dice di non preoccuparmi, dice che magari si è nascosto da qualche parte in casa. Dice che lo troveremo e che starà di nuovo con me, il mio compagno di ogni notte.

Mentre lo dice, però, abbassa la testa, guarda il pavimento e fa un piccolo sospiro. Poi, riprende le sue faccende, dopo avermi regalato un timido sorriso. Anche lei è preoccupata, lo vedo, non sa certo se tornerà…

Tutto è cominciato qualche giorno fa, avevo invitato i miei amici a giocare a casa mia: dovevamo sfidarci con il mio nuovo gioco per la playstation. Dovevamo stare in camera mia e, così, ho pensato di togliere tutti quei pupazzi…sembrava la camera di un bambino piccolo!

L’ho messo nell’armadio, al buio… forse ce l’ho tirato, senza neppure guardarlo. Poi, ho giocato per ore con i miei amici, senza pensarci più. Credo di non averlo cercato neppure per dormire quella notte. Era al sicuro, infondo…

Però, da quel giorno non l’ho più visto: forse nell’armadio c’è un buco magico e profondo, forse ci sono i folletti e l’hanno rapito…forse era offeso e se n’è andato!

Ora dormo senza di lui la notte, tutto solo nel mio lettino e non ho più paura; mamma da qualche mese spegne anche la luce e poi scompare dietro una porta chiusa. Di giorno, dopo i compiti, c’è lo sport, ci sono gli amici, e pure la playstation. I giorni passano e solo ogni tanto, quando sono solo, penso al mio orsetto.

Non l’ho più trovato…forse non l’ho neanche più cercato.”

Da quando sono diventato grande, ho pensato mille volte a cosa potesse voler dire crescere; ho cercato dei momenti, dei ricordi precisi, degli eventi simbolici. Non ho trovato grandi risposte. Solo una cosa per me è certa: quando è scomparso il mio orsetto mi sono sentito grande per la prima volta. Il tempo, poi, è passato velocemente e c’erano tante cose da fare; ma solo ora capisco che quel giorno oltre a diventare grande, ho anche provato per la prima volta un sentimento del tutto nuovo. Un sentimento che non conoscono i bambini e che non dovrebbero mai conoscere: quel giorno, senza il mio orsetto di peluche, ho conosciuto, per la prima volta, la solitudine.


Si diventa ogni giorno più alti, con la presunzione di non fermarsi mai. Giorno dopo giorno, si imparano parole nuove, e si usano subito tutte per raccontare le esperienze nel mondo. Si conoscono le regole e si impara, seriamente, a rispettarle. Almeno un po’, si smette di sognare.
Si possono costruire tante definizioni per un bambino che cresce, ma solo le immagini possono davvero raccontarlo: un peluche impolverato in soffitta, un pallone sgonfio in garage, le ginocchia senza più ferite quotidiane, uno sguardo che perde un po’ di immaginazione e un sorriso che ha conosciuto la diffidenza.

giovedì 4 aprile 2013

Rassegna stampa 04/04/2013 - FACCIAMO COSI' TANTO RUMORE

Ma lo sapevate che il traffico nelle nostre città (non proprio in tutte ovviamente, ma ci piace parlare genericamente e sentirci tutti coinvolti nelle grandi problematiche sociali) ci ruba effettivamente 100 ore l’anno di vita? Tutto questo tempo perso ad aspettare, incredibile! Si potrebbero fare un sacco di cose invece!

Perfino guardare una sana pubblicità sarebbe cosa migliore: ad esempio quella nuovissima di Courtney Love che, con un guizzo repentino come quello di un folletto, si libera di quanto la retorica di anni di trasgressioni varie le aveva regalato e, come il più pentito dei peccatori, presta la sua immagine per pubblicizzare la sigaretta elettronica.

Indubbiamente, considerando il proliferare di negozietti, le pubblicità sempre più numerose e la perpetua discussione che stanno suscitando, anche questo è un modo per stare al passo con i tempi; dei tempi, questi, in cui la trasgressione non è più un valore, non ha più neppure senso. E allora anche Courtney lo capisce e si converte, per mantenere un senso, per non andarsene, dignitosamente, con quegli anni che l’hanno rappresentata e giustificata.

Testimonial ad honorem, meglio di Emanuele Filiberto.

Ma perché perdersi in queste piccolezze, perché distrarsi quando questo nostro mondo ci offre così tanto per riflettere: pensare che siamo in primavera già da un po’ ma sembra che le rondini non siano ancora arrivate nei nostri cieli. C’è chi dice di averne vista qualcuna, per la verità, ma è sui grandi numeri che bisogna lavorare, una rondine non fa certo primavera.  Pare si siano ridotte del 50% negli ultimi dieci anni, e sembra che, oltre a fattori climatici ed ambientali, un gran problema sono gli africani che se le mangiano. Ma non si rendono forse conto che ci stanno rubando la primavera?

E poi, c’è da sperare che, nelle loro nuove rotte, le rondinelle non si rechino in Argentina perché altrimenti verrebbero coinvolte in un alluvione che in questi giorni ha ucciso molte persone. Come una nuova rivisitazione del diluvio, bisogna pur scegliere le razze da salvare. E la discrezionalità, qui come altrove, è d’obbligo.

Ma è di oggi una notizia ancora più preoccupante, se possibile: sembra che Pyongyang sia pronta ad un attacco nucleare contro gli Usa. L’America risponde di essere stufa di queste minacce ma, per fugare ogni dubbio, organizza degli scudi antimissile precauzionali.

E così, chi aveva creduto in un’evoluzione esponenziale del genere umano sia in termini morali che scientifici, dovrà ricredersi e riconoscere che nel 2013 le tensioni geopolitiche si consumano ancora sul piano della minaccia nucleare.   

O della minaccia di scissione politica: negare il proprio appoggio, criticare dall’interno, scambiare alcuni voti con altri. Dunque, l’altra minaccia di attacco “nucleare” è quella sferrata oggi da Renzi nei confronti del suo stesso partito: da destra a sinistra, l’agenda del giorno è condita, come al solito, da sfide, dibattiti e disaccordi, sullo sfondo di tecnici e saggi, la “meglio gioventù” della politica italiana.

Ma non bisogna abbattersi nella scoperta dei problemi terreni perché, come ci ricorda Kant, c’è sempre la contemplazione del cielo stellato che ci sovrasta. Un cielo, però, che ogni giorno che passa si rivela sempre più ampio e sconosciuto: l’ultima notizia che incontro stamattina, allora, riguarda l’universo e la presenza, maggiore del previsto, di antimateria. Così mi perdo, pensando all’infinitesimale dimensione dell’uomo e al suo ridicolo ruolo in un universo che accoglie e concepisce molto di più l’antimateria. Non ne capisco le implicazioni scientifiche, certo, ma sicuramente mi piace dilettarmi con i possibili paradossi logici. E pensare che facciamo così tanto rumore!

lunedì 25 febbraio 2013

ELEGGENDO


Eccoci tutti sul grande baraccone procediamo a fatica attraverso questa nuova prova di democrazia, e, a guardarci bene da vicino, il simbolo sul quale mettere una croce sembra quasi il problema minore.

Grottesco è il modo ancor più del risultato.

Così, dopo mesi di campagna elettorale serrata, giocata su scandali economico- finanziari, promesse smisurate, scontri indiretti ed accuse precise, il loro lavoro finisce qui, davanti a questa scheda; davanti ad ognuna di queste schede.

Qui la differenza dovremmo farla noi, si dice: la società civile che si riscatta e dimostra, al di là di ogni difficoltà sostanziale, di essere ancora migliore di chi è chiamato a rappresentarla. Argomento quanto mai romantico.

Ed è proprio qui che l’amarezza si fa ancora più forte: al di là di cosa accadrà, al di là di ogni possibile risultato e della sua inevitabile parzialità, sorge il legittimo sospetto.

Sarà il pressappochismo, la polemica facile, l’informazione non verificata, il sentito dire. Sarà il grido affrettato al complotto sempre e comunque, la supposta interpretazione delle schede e delle croci nei seggi, la matita da leccare per renderla indelebile. Ma sarà anche quell’ingiustificato entusiasmo nel fotografare la propria scelta: macabra illusione di libertà. Sarà, come sempre stato, solo il prezzo di un voto.

Sarà davvero tutto qui?

martedì 15 gennaio 2013

LA SPERANZA NEGLI SPAGHETTI


Dove si annida la speranza? Esiste davvero un luogo fisico o mentale dove possiamo localizzarla?

A volte, probabilmente più spesso di quanto pensiamo, questo sentimento così sottile e tenace viene riposto, in maniera più o meno cosciente, in un oggetto la cui esistenza per noi rappresenti un simbolo.

Tema mille volte sviscerato, in forme e declinazioni sempre nuove.

Una di queste è stata data in un film che mi è capitato di vedere qualche giorno fa: “Castaway on the moon”. Seul contemporanea. Con grande delicatezza e con una forte capacità di descrivere il senso di soffocamento dell’uomo moderno, si narrano le vicende di un aspirante suicida che, convinto di porre fine alla propria vita gettandosi in un fiume, si ritrova in realtà su un’ isola disabitata.

Alla disperazione dei primi momenti, alla rabbia per non essere riuscito neppure ad interrompere la propria esistenza, segue un nuovo inizio: riparte dai semi, dalla possibilità di coltivare del mais e delle piantine che un giorno gli permetteranno di assaporare nuovamente un piatto di spaghetti. Quel solo pensiero riesce a giustificare le mille difficoltà quotidiane e a farlo sopravvivere.

Non sa ancora, però, che dall’ altra parte della riva c’è qualcuno che si è accorto di lui e che lo osserva, nella sua ormai deliberata scelta di rimanere sull’ isola. E’ una giovane ragazza, sfregiata in volto ma soprattutto ferita nell’ anima che ha scelto di non vedere più nessuno e di non uscire più dalla propria camera. Vive una vita parallela sui social network e l’unica cosa del mondo che riesce a calmarla è l’osservazione notturna della luna. Di giorno, invece, si concede di guardare il mondo solamente nei giorni in cui l’esercitazione rende le strade deserte.

Ed è in uno di questi giorni che scopre il nostro naufrago e la sua, ormai dimenticata, richiesta d’aiuto sulla sabbia. Così inizia la loro conoscenza, fatta di messaggi nella bottiglia che arrivano sull’isola di notte e di enormi risposte sulla sabbia. Così una ragazza ricomincia, seppur con tutte le cautele, ad uscire di casa almeno per qualche istante.

Un giorno, poi, deciderà di mandare al suo nuovo amico un piatto di spaghetti con i fagioli, pietanza di cui il naufrago conservava malinconicamente la confezione; l’uomo, però, rifiuta il dono.
La sua spiegazione? La speranza. Quel piatto di spaghetti già pronto avrebbe potuto finire per distruggere in lui la speranza. Quello stesso sentimento che gli aveva permesso di sopravvivere, di organizzarsi e di iniziare a provare nuovamente soddisfazione, rischiava di essere ucciso in un istante da un piatto troppo facile da mangiare. 

E così con questa storia bizzarra ricordiamo che la speranza è sempre stata lì, in un obiettivo che ci poniamo, in un futuro che vogliamo raggiungere, nell’ aspettare qualcosa che magari un giorno arriverà.

Una nuova ed affascinante declinazione per un tema che ci accompagna da sempre e che ci caratterizza come esseri umani.

lunedì 17 dicembre 2012

IL DOTTOR MISANTROPI


Qualche tempo fa esisteva, in un paesino poco distante da questo, un medico molto particolare.  (Ovunque tu sia, qualunque sia il tuo paese, il luogo dove si svolge la nostra vicenda non sarà mai troppo distante da te. Forse questi fatti accaddero proprio qui, nella porta accanto alla tua.
Qui più che altrove, infatti, si dispone del tempo: il tempo per osservare il mondo e provare a capirlo, il tempo per far decantare un sentimento, il tempo per interpretare il silenzio.)

Il dottor Misantropi era un uomo di mezza età, capelli brizzolati, baffi folti, qualche chilo di troppo soprattutto sulla pancia, e un bel colorito in viso a testimonianza della sua buona salute; quando lo si incontrava per strada, mentre andava in ambulatorio, salutava tutti con grande cordialità ed elargiva sorrisi a grandi e piccini. Un medico impeccabile, insomma, dotato di quella cortesia e di quel calore che un medico di famiglia dovrebbe sempre avere.
Purtroppo, però, su di lui si erano sempre raccontate strane storie: alcuni raccontavano di medicinali bizzarri e sconosciuti, altri erano entrati per una semplice influenza ed erano usciti con ben altre convinzioni. In particolare, poi, si diceva che quando i pazienti cominciavano a parlare di stress, di stanchezza e di “preoccupazioni della vita quotidiana”, ecco che i suoi occhi si accendevano di una luce strana ed iniziava i suoi discorsi.

Quali erano le malattie che amava sconfiggere? La buona fede inconsapevole, l’ascolto viziato della propria anima, l’incapacità di conoscere i propri sentimenti e dunque di indirizzarli.
“Gli uomini, troppo spesso – amava iniziare così i suoi racconti – non si ascoltano fino infondo. Amano la sicurezza, e non ammettono mai il dubbio: dicono di conoscersi bene e di sapere con assoluta certezza quali sentimenti provano e quali invece no. Così quando si arrabbiano, subito si affrettano a chiarire che è una rabbia moderata la loro; quando sono felici, quando amano, invece, il loro amore è rivolto al mondo intero, in un abbraccio che tocca realtà che neanche possono immaginare.” A questo punto, il dottore abbassava lo sguardo, si sfilava gli occhiali ed iniziava a lucidare una lente con un lembo del suo maglioncino di lana.

“Non vorrei certo essere troppo diretto, né tantomeno vorrei mai spaventarla. Ma credo fermamente e clinicamente che il suo più grande problema ora nasca dalla rabbia. Lei è terribilmente arrabbiato, ed è il primo sentimento che la accompagna ogni mattina. D'altronde, chi potrebbe biasimarla: ha lavorato una vita, spesso sacrificando gli affetti e gli svaghi, ed ancora non vede la possibilità di riposarsi; i suoi figli, per i quali ha tanto lavorato, non riescono a costruirsi una vita.
Il tanto lieto fine sembra proprio non arrivare! Ogni giorno lo slogan è sempre lo stesso: le cose non cambieranno per ora, bisogna pazientare.
Questo, poi, per quanto riguarda la società, senza pensare ai suoi problemi personali che non conosco, ma che ci saranno sicuramente.”

Alcuni, già dopo queste poche ma incisive parole, si alzavano e se andavano, soprattutto se avevano bambini da difendere: i bambini non devono ascoltare queste cose, non devono scoprire che il mondo non è come una favola. Devono crescere con le nostre stesse illusioni e devono convivere, poi, con la nostra stessa delusione.

“La cura? Lei deve riconoscere a se stesso la rabbia che prova. Tutti noi dovremmo farlo. Non mi guardi in quel modo, tutte le cure all’inizio ci sembrano difficili e, infondo, non le comprendiamo mai abbastanza. Queste pillole la aiuteranno per i primi tempi: non si preoccupi, non sono psicofarmaci, sono slatentizzatori di sentimenti, tutto qua.” A questo punto, si sfilava lentamente gli occhiali ed inizia a scrivere quegli strani nomi: “Mis-Oginex”, “Misantropax in gocce”, “Omofobina” e così via.

“La rabbia, se non viene riconosciuta, se viene semplicemente repressa si radica nelle nostre menti fino a diventare odio. L’odio è pericoloso perché ci legittima a distruggere l’oggetto odiato, che si tratti di oggetti o di persone.”

A questo punto della discussione, si narra che ogni paziente, con un’espressione indignata in volto, si alzava e se andava, promettendo spesso di non farvi più ritorno. Nessuno sembra aver mai ascoltato la fine del discorso; ma il dottore, si narra, l’abbia sempre pronunciata:
“L’odio nasce dalla paura e solo gli stolti pensano di non provarne. Sarebbe un mondo migliore se si odiasse con consapevolezza: si odierebbe molto meno.
Non siate sciocchi, non nascondetevi dietro un dito.
Quel dito, è sicuro, l’avete già puntato contro qualcuno.

Non esiste un eroe senza un cattivo, né una civiltà senza un nemico.
E’ l’unico modo, infondo, per fuggire all’ indifferenza.

Ma attenzione, non travisate:
Bisogna maneggiare con cautela! Anzi, con consapevolezza!”



lunedì 19 novembre 2012

PROSPETTIVE: LA CULTURA IN ITALIA OGGI


Parlare di tutela e sviluppo della cultura in Italia oggi significa trattare un tema molto importante ma spesso affrontato in maniera poco consapevole ed efficace. In primo luogo appare evidente sottolineare il legame necessario tra i due termini dell’indagine: non può esservi sviluppo, se non c’è tutela di ciò che si possiede. Un concetto semplice, apparentemente uno spot, un motto privo di profondo valore; invece non è così, ed è proprio questo il problema fondamentale del nostro Paese. Manca, prima di ogni altra considerazione, la consapevolezza, la coscienza del ruolo attivo che la cultura e l’arte hanno nelle nostre vite.

Sembra essere avvenuto, ormai da decenni, un cortocircuito per cui l’arte e la cultura in ogni sua forma esistano e vadano fruite solamente attraverso lo strumento del “museo polveroso”: l’unico spazio che, troppo spesso, l’Italia ha dimostrato di concedere alla cultura, in tutte le sue espressioni, è quello della contemplazione più o meno consapevole ed ammirata. La cultura non è più vista come qualcosa di vivo, di presente, capace di interagire ed arricchire chi vi si avvicina; non esiste più la convinzione per cui si possa fare cultura, praticarla; ora è semplicemente un lungo album fotografico, per ricordare ciò che di importante è stato, ma non è più. La cultura è quindi divenuta nient’altro che il “luogo dei ricordi”.

E’ a partire da queste considerazioni, dunque, e dalla volontà di cambiare questo stato di cose che bisognerebbe parlare ed interrogarsi sullo stato della cultura oggi.

In questa prospettiva, il primo passo riguarderebbe la necessità di risvegliare la coscienza sopita dei cittadini e delle istituzioni: questo è possibile sempre partendo dall’educazione e dalla formazione delle nuove generazioni e, dunque, del futuro. Una profonda riforma della scuola dovrebbe essere un momento necessario in questa direzione: riconoscere un valore all’istituto scolastico e al corpo docente significa garantire agli studenti una conoscenza ricca e profonda. Ma riconoscere un valore al corpo docente significa, anche, offrire loro delle garanzie economiche, dei contratti che permettano di costruire percorsi personali e professionali, significa riconoscere il loro ruolo fondamentale nella nostra società, non solamente con la retorica dei comizi.

Un’altra conseguenza della visione “museale” della cultura riguarda, poi, il vantaggio economico che un patrimonio culturale ed artistico come quello italiano può portare con sé: l’Italia è un paese in cui il turismo ha un ruolo fondamentale e potrebbe, da solo, costituire gran parte del Prodotto Interno Lordo. In questa prospettiva, varrebbe la pena di cercare delle modalità sempre nuove per fare turismo, per presentare le nostre ricchezze. Uscire dalla logica museale, in tal senso, significherebbe proporre un’arte ed una cultura che siano sempre più interattive con il fruitore appassionato, con il passante occasionale, con il cittadino tout court; interattività data sia dall'utilizzo delle nuove tecnologie (guide multimediali, applicazioni per smartphone, realtà aumentata) che da una maggiore comunicazione tra il turista e l’ambiente che va a visitare.

Liberare la nostra cultura, e più in generale la nostra conoscenza, dagli stretti confini di un vecchio museo, infine, significa rivalutare e ripensare le biblioteche. Qui, più che altrove, il fraintendimento è stato pienamente realizzato: luoghi deputati alla raccolta di testi messi a disposizione per la libera fruizione dei cittadini trasformati, invece, in emblemi di un collezionismo sterile e poco partecipato. La biblioteca dovrebbe essere un luogo della comunità, a disposizione di tutti; dovrebbe essere un luogo di passaggio, di scambio e di comunicazione, al pari di un aeroporto o di una stazione ferroviaria. La biblioteca, però, dovrebbe essere anche il luogo della sosta, lo spazio dove fermarsi e riflettere, o semplicemente distrarsi. Per questo motivo, bisognerebbe rivolgere nuovamente e in maniera più attenta l’attenzione a questi luoghi ed investirvi, creando manifestazioni, incontri per persone di tutte le età; bisognerebbe dimostrare ai cittadini le potenzialità di tale luogo e farlo divenire un punto di riferimento vivo ed importante nelle nostre società. Così come il cinema possiede un ruolo e catalizza l’interesse di un’ampia fetta della popolazione mescolando cultura, conoscenza ed entertainment, un ruolo differente ma allo stesso modo ricco dovrebbe essere restituito alle biblioteche.

Questi sono solamente alcuni esempi, alcuni possibili interventi  che nel tempo dovrebbero essere realizzati affinché le nuove generazioni possano possedere una nuova e diversa idea di cultura e possano tutelare e sviluppare a pieno quanto i secoli hanno consegnato loro. Tutto ciò che potrebbe essere fatto, tuttavia, parte sempre dalla necessità di intervenire sul cortocircuito nel quale viviamo e secondo il quale la cultura può solamente risiedere in un vecchio museo, chiusa in una vetrinetta da esposizione, senza nessuna possibilità di interagire ed arricchire il mondo circostant

venerdì 7 settembre 2012

UN PASSO AVANTI


Dicono che il momento in cui passi oltre sia un istante colmo di tutte le sensazioni del mondo, quasi che in un quel brevissimo momento tu abbia la possibilità di sentire tutte insieme le emozioni che ti hanno accompagnato per tutta la vita.

Paradossalmente è proprio un momento da vivere. L’ultimo in nostro possesso.
Se di possesso si può parlare sotto questo cielo, se di possesso non si possa parlare anche altrove.

Estrema esportazione del concetto troppo umano della proprietà privata.

E’ l’altra faccia del dolore, della sofferenza: quel senso di sopraffazione, di sconfitta trova il suo necessario corrispettivo nell’intensità di un momento dedicato solamente a noi, niente di più intimamente nostro. Non siamo mai stati, e certamente non saremo mai più, protagonisti di qualcosa come della nostra morte.
Spiacevole consolazione.

Capita anche di mancare quell’appuntamento, e sembra quasi sbagliato, disonesto se intenzionale, un peccato nell’accezione laica del termine.
Ormai, certo, è di gran moda: morire senza averne coscienza, in un attimo che subisci incosciente e che ti porta via. Sacrifichi la consapevolezza, la presenza, gli addii.
Ma infondo non tutti siamo bravi con gli addii.
E’ questione di forma, e traccia spesso la differenza.

Così c’è chi vorrebbe fare un passo, dopo un lungo sospiro, accettare il necessario e godersi il momento, irripetibile. C’è invece chi fugge, corre e spera di rotolare via, come per una caduta inaspettata.

Non esiste la risposta.
Inaspettato. Irripetibile. Due facce della stessa medaglia.

Ma alla fine, consolatoria come solo la realtà sa essere, è la vita a segnare il passo, in modo democraticamente ineccepibile.
Ben pochi potranno dire la loro, ancora meno potranno decidere.

E tutto si consumerà nell’attimo più intenso che ci sarà mai stato concesso, quando, con eleganza o negazione, compiremo un ultimo passo avanti.

mercoledì 1 agosto 2012

UMANO...TROPPO UMANO!

Da circa cinquant’anni ormai la scienza si è misurata con la possibilità di impiantare dispositivi elettronici negli esseri viventi, ovvero di creare quelli che sono stati chiamati “cyborg”.

Si iniziò da un topo al quale si innestò sulla coda un meccanismo capace di misurarne e controllarne le funzioni vitali; si fecero innumerevoli esperimenti, si andò sempre più avanti sino ai giorni nostri.

Oggi possiamo sostituire i nostri arti, qualora fossero lesionati, con degli arti artificiali in grado, però, di percepire e rispondere, proprio come quelli biologici, agli stimoli inviati dal nostro cervello.
Già da tempo, poi, possediamo dei piccoli dispositivi in grado di implementare il funzionamento del nervo uditivo nei sordi o di permettere al cuore di battere rilasciando stimoli elettrici.

Gli interrogativi si pongono oggi, davanti ad un panorama in continua evoluzione, davanti al sospetto che presto arriveremo ad un punto tale per cui il concetto stesso di essere umano, biologicamente inteso, andrà sfuggendo ad una chiara definizione.

Oggi ci chiediamo in quale percentuale l’artificiale può interagire e integrare il naturale, in modo da continuare a vedere infondo l’uomo.

Oggi ci preoccupiamo di individuare la soglia da non violare.
Rischiamo veramente di perdere il controllo di individui ibridi e molto più potenti dei primitivi esseri umani oppure questa è ancora solamente la trama di un film di fantascienza anni ’80?

Mentre penso, non posso davvero fare a meno di pensare, che la mia naturalezza biologica è stata già irreversibilmente corrotta dall’adozione degli occhiali. Buffo eh?!
Ma il concetto è lo stesso: un supporto esterno, più o meno tecnologico, che diviene un’appendice, fissa o mobile, del corpo umano e che lo migliora, lo perfeziona nella sue mancanze.
(Non paga della mia violazione, indosso perfino le lenti a contatto…)

Ma ancora più a fondo giace l’idea imperitura del miglioramento dell’essere umano; o meglio, della vocazione umana al miglioramento di se stessa.
Gli esseri umani hanno sempre avuto questo obbiettivo, questo fine.
L’hanno fatto con la scrittura, con la volontà di fermare ciò che, per natura, era fuggevole; l’hanno fatto con le leggi per la convivenza civile, con l’architettura, con l’arte e con la scienza.

Da questa prospettiva, allora, non abbiamo fatto altro, per millenni, che rispondere nei modi più disparati ad una sola domanda: cosa posso fare per migliorare me stesso e la mia esistenza?

Il cyborg, dunque, non è che l’ultimo stadio della nostra evoluzione. Un’ibridazione contestuale alla nostra natura, proprio come ci appaiono a posteriori tutte le altre (da quando abbiamo deciso di coprirci all’utilizzo dello smartphone).

IL CALCOLO

Appena duemila Euro: tanto vale, a quanto pare, la vita di un giovane di trentadue anni.

Stamattina, davanti a quel giornale, a quella solita pagina grigiastra, questo mi ha colpito.

E dire che il caso mediatico, almeno un po’ c’era; se muori sul lavoro, sei stato beffato; ma se stavi montando il palco di Laura Pausini (o di Lorenzo Jovanotti o dei Radiohead, tanto per ricordare quanti palchi sono crollati negli ultimi mesi) allora almeno due parole sui Tg nazionali, un trafiletto sul quotidiano te lo meriti.

E vivi, anzi muori, di “luce riflessa”, “all’ombra di un sogno”.

Non è poca cosa, forse il massimo che ti puoi aspettare.
Certo non vale la pena parlare di giustizia, di verità, di merito.
Troppo incomodo.

Ma vale per tutti, più o meno.  

Perché bisogna decidere, volenti o nolenti, quanto vale la vita di un essere umano; conteggiando l’età, l’aspettativa di vita, la paga mensile, i legami istituzionalizzati.

Estremo tentativo di annientare il fato; desiderio tutto umano di controllo.

Ma dire ad una famiglia che la loro perdita vale 1.936,80 Euro è un’altra cosa.

Dire che una giovane vita, passata a lavorare tanto per pochi soldi, in qualche modo si è intrinsecamente svalutata anche davanti alla morte è lontano dalla verità, dalla moralità, dalla responsabilità.

Più vicino solamente all’interesse unilaterale.

Finché lo leggi ti indigni, ma poi gira pagina, sei costretto a girare pagina.
Una veloce archiviazione segue una subitanea indignazione.


Quando smetteremo di indignarci solo nel tempo libero, nelle pause o dopo cena, appesantiti dalla digestione?


giovedì 12 luglio 2012

DIALOGHI D'ARTE

Cosa si prova nel vedere la propria opera completa, stampata, proiettata o ascoltata? Ci si sente almeno un po’ spettatori come tutti gli altri?
Quanta affezione si può ancora sentire, quanto senso di perdita, di qualcosa che, infondo, se ne è andato e non è più nostro…

Parli con un regista, siete in un bar, in una minuscola piazzetta di montagna, lontana anni luce dal mondo, da quel mondo. Allora cogli l’occasione, prendi un bicchiere di vino e riproponi la domanda che ti è sempre sembrata quella fondamentale, quella da cui partire.

Perché si possono chiedere davvero tante cose ad un artista, o almeno molte sono quelle che vengono realmente domandate: questione di dinamiche, di situazioni. Di civetteria, a momenti.

Spesso, non vogliamo neppure sapere niente, in un’invisibile mortificazione collettiva; sono le volte in cui ti basta una foto, addirittura una firma.
Perché di una firma si parla, fuori da ogni congettura romantica.
Fermiamo in questo modo, nient’altro che un individuo, colto in un momento di assoluta non arte.

Manchiamo l’obiettivo.

L’autografo di un pittore, non è dipinto.
La foto dell’attore non coglie il personaggio.
La dedica di uno scrittore non è narrazione.

E’ la grande metonimia: la parte per il tutto, il tutto per la parte; il contenuto che si confonde con il contenitore. Allora vorrei tanto la maglietta di quel cantante così come, perdonate l’ardire, la reliquia del santo.

Avvicinamenti progressivi e sgraziati, nella convinzione di arrivare alla fine.

Il problema è che vorremmo bloccare un pezzetto di arte e portarcelo via con noi, vorremmo toccare e capire un’emozione.

Con il retino a caccia di raggi di sole.


Ma ancora di più mi domando cosa significhi stare dall’altra parte; passare ore tra aerei ed automobili, per venire quassù infondo al mondo, rispondere con maggiore o minore eleganza e gentilezza alle solite domande, prendere una targa argentata, l’ennesima, un pacco di salumi e formaggi e poi andar via.
Mangiare la vita a piccoli morsi scomposti, vedere la luce in fugaci lampi accecanti.

Potrebbe raschiarti l’anima: un mio dubbio.
Sarebbe un bel prezzo da pagare, anche per l’arte, forse.

E poi, il grande protagonista, la tua creazione presentata, apprezzata, applaudita.
Tu la guardi, la osservi, la riconosci.
Ma è già lontana, è già qualcosa di molto diverso, non è più, se non in parte, la tua opera, la tua idea.

Nel momento esatto in cui esce dai tuoi occhi, così come l’avevi vista per la prima volta nella tua mente, e diviene qualcosa che puoi osservare anche tu, con altri occhi, se ne è andata.
L’hai perduta nella sua essenza primitiva.

Dicono che le creazioni artistiche sono proprio come i figli, solo che con quest’ultimi una buona parte del progetto viene lasciata al caso.

Non amo molto questo parallelo, lo trovo troppo sentimentale, poco autentico.

Va riconosciuto, però, che nel senso di possesso e poi nella perdita si assomigliano davvero.

Qualcosa di profondamente ed univocamente tuo, qualcosa a cui ti senti legata da sempre, qualcosa di cui ti riconosci artefice e responsabile; la chiara consapevolezza, sin da principio, della partenza, dell’abbandono ineludibile, del volo necessario.

Si dice che i figli si fanno per il mondo, ma è una bella bugia.
I figli si fanno per sé stessi, per godere di quel lasso di tempo in cui saranno solo nostri, in cui saranno i nostri manufatti; con un po’ di fortuna, delle vere e proprie opere d’arte.

Ma, come in un libro, conosci già l’ultima pagina.

venerdì 29 giugno 2012

A GARA DI RICORDI - MISS OLOCAUSTO

Non servono preamboli né note introduttive: appena qualche giorno fa si sono tenute in Israele
le finali di un concorso volto all’individuazione di Miss Olocausto. Ultrasettantenni da tutto il paese sono accorse per parteciparvi.

Perplessità.
Astuto ricatto etico e logico che ti lascia perplessa, incapace di dare un qualsiasi giudizio che, per lo meno sul momento, ti sembri adeguato.

Basta un istante per cadere nella retorica, nella “faciloneria”, nel pericoloso moralismo da bar dello sport. Un istante, un confine sottilissimo a dividere te da quello che la tua mente potrebbe o dovrebbe pensare.

Allora ti arrampichi all’empirico: cominci a guardare le foto di quelle belle vecchiette che hanno condiviso un’esperienza tra le più assurde che il mondo possa ricordare; che sono state tutte umiliate ed uccise, anche se sembrano ancora in vita.

Donne rinate, donne che hanno avuto soprattutto la forza di andare avanti, di respirare ancora, quando il solo pensare all’accaduto toglierebbe il respiro a chiunque. Donne che non hanno rinunciato alla bellezza, perché lo sanno, che solo questa potrà davvero salvare il mondo.

E allora quasi ti convinci.
Quasi.

Perché una donna che ha sofferto non dovrebbe avere il diritto alla frivolezza? Perché non può giocare, se ancora conosce il segreto del gioco?

Ma poi ti fermi e senti tutti gli argomenti affollarsi nella tua mente, tocchi la complessità senza vederla chiaramente.

Perché il diritto di ogni donna, come di ogni essere vivente, inteso come individuo singolo è fuori discussione.

E’ la categoria che lascia perplessi; è l’incapacità di non essere altro che una sopravvissuta, di presentarsi, per lo meno in quella sede, sempre e solo per quello che è stato subito.
E’ l’emancipazione mozzata.

Retorica da un lato e moralismo dall’altro.
In tutta onestà, non riesco a formulare un giudizio.
Non lo so se è stata una bella idea o soltanto una macabra reinterpretazione kitsch in chiave contemporanea di qualcosa che, invece, andrebbe maneggiato con molta più cura.

Non lo so.
Io, leggendo, il bello non l’ho incontrato, ma forse loro sì. 

giovedì 28 giugno 2012

UNA PIOGGIA DI CURIOSITÀ

Ci sono momenti nei quali, in una maniera del tutto inspiegabile ed incomprensibile, l’atto di sfogliare il giornale o di scorrere le notizie lungo una pagina web assume le tinte acide di una frivolezza imperdonabile.

Assurdo; sarebbe davvero assurdo, in via del tutto teorica, perché suonerebbe come l’esatta inversione di quanto ci è sempre stato insegnato. Una ribellione immotivata.
Necessità di tenersi informati, curiosità da nutrire e coltivare affinché cresca ogni giorno di più, capacità di essere migliori conoscendo il mondo, anche passando per la carta stampata, quotidianamente stampata.

Se lo fai, se almeno provi a farlo, segui la strada giusta, riconosci le tue priorità, migliori il mondo rendendoti un cittadino consapevole e capace. Utile, fuori da ogni retorica.

E quante notizie ci sarebbero, poi, da leggere: la cronaca (il più delle volte nera, o almeno di un grigio molto scuro), la politica (fonte inesauribile di sfumature continue, di cavilli impalpabili, di illusioni grandiose  e di promesse mancate: un’epica moderna privata, però, di una fondazione etica). Non dimentichiamo poi la famosa terza pagina, la cultura, ricca di eventi, spettacoli, libri in uscita, programmazione tv. Ogni tanto qualche nuova scoperta scientifica e ogni giorno un nuovo dispositivo super tecnologico, “high tech”, a semplificare le nostre vite.
Alla fine, poi, un posto sicuro se l’è guadagnato anche la chiacchiera disimpegnata, il racconto dell’inciucio, la curiosità voyeuristica di spiare nella vita degli altri, necessariamente famosi certo: il gossip imperante che guadagna spazio, inchiostro e visibilità.

Niente da dire.
Come ogni mattina, niente da dire.
Perché se si celebra la curiosità, la libertà, non si può certo biasimare la molteplicità, l’arricchimento, l’idea che ogni lettore possa trovare qualcosa di interessante, qualcosa per lui.
L’ambizione più lodevole della democrazia.

E’ la dinamica, però, che non convince.

Perché poi capita di notare, infondo infondo alla pagina, una serie di foto, l’una accanto all’altra, per arricchire ancora di più la nostra mente di altre notizie, una sorta di piccoli doni per chi ha il coraggio e la voglia di arrivare fino in fondo. Beh, proprio laggiù, accanto ai calciatori riprodotti al museo delle cere e all’attore che smentisce la propria omosessualità baciando la moglie in pubblico (che poi c’è da chiedersi in questo caso dov’è la notizia e dove sarebbe la smentita) è davvero stridente trovare la foto di un signore sommerso dall’acqua che tiene stretto un ombrello:
“Bangladesh, un centinaio di morti per piogge torrenziali.”

Quel che è peggio?
Un’organizzazione grafica di questo tipo lascia a te, lettore, l’imbarazzo per aver temporeggiato sulla nuova fidanzata del calciatore o dell’attore, sugli eventi di costume e sulle curiosità; imbarazzato perché eri davvero sicuro di aver letto tutta la cronaca nella prima parte della pagina; imbarazzato, soprattutto, perché infondo lo sai bene anche tu che morire in Bangladesh, perché ha piovuto troppo non diventa quasi mai una notizia, rimane semplicemente un’informazione, destinata a perdersi tra le altre.
Tante altre.

Sempre se hai la voglia e il coraggio di arrivare infondo alla pagina però. 

mercoledì 27 giugno 2012

LA DEBOLEZZA DEL DITTATORE

Si può veramente ironizzare su ogni cosa? Esistono dei limiti oltre i quali si sfocia inevitabilmente nel cattivo gusto? Si può ridere del male, delle ingiustizie, della follia umana?

Questioni note, interrogativi comuni, domande retoriche.

Innanzitutto credo dipenda dalla disposizione d’animo con la quale ci si metta in ascolto, si decida di sentire e di vedere. Quando ascoltiamo l’altro, si sa, non sempre possiamo essere d’accordo con lui, non sempre impareremo qualcosa di nuovo da ciò che ci dirà, non sempre sarà una bella esperienza.

Ed è il semplice conoscere questa realtà che ce la renderà accettabile e, tutto sommato, piacevole.

Proprio con questa disposizione si guarda il mondo, si ascolta una canzone, si legge un libro, si vede un film: la soddisfazione non è affatto garantita e non può mai esserlo, essendo il frutto di una difficile combinazione tra gli occhi di chi guarda (o le orecchie di chi ascolta) e la volontà di chi comunica.

Così pensando sono andata all’appuntamento con Sacha Baron Cohen e il suo “Dittatore”, con il dubbio invadente, devo confessarlo, che la demenzialità non fosse proprio nelle mie corde, non fosse un occhiale con il quale io avrei mai potuto leggere la realtà.

Dopo qualche istante, però, ecco subito l’ingresso nella parodia, nella parodia della parodia, nell’assurdo che si fa narrazione: un dittatore demente, con progetti banali e poco ponderati, intento unicamente all’autocelebrazione personale. La tirannia, l’aspetto dispotico e sanguinario emergono solamente nel momento in cui l’altro (chiunque esso sia) mette in dubbio il mondo egocentrico alacremente creato e, spesso, immaginato.

[Ancora l’idea, inevitabile quando si descrivono i “cattivi”, che infondo non siano poi così cattivi o almeno la consolazione per la quale non siano poi così intelligenti e potenti.]

Molti i riferimenti divertenti ai despoti reali, quelli che hanno fatto paura al mondo e che realmente hanno dettato regole assurde alle quali non si è potuto o voluto per anni rispondere. Non mancano, ovviamente, gli interessi economici, gli accordi tra stati, i tradimenti politici.

Ma cosa succederebbe poi se, per un buffo caso del destino, un dittatore si ritrovasse privo della sua identità ufficiale, nel centro di quell’Occidente tanto odiato e combattuto? Cosa succederebbe se l’unica persona in grado di aiutarlo rappresenti (sempre in maniera caricaturale) tutti i valori ai quali ha dichiarato guerra negli anni?

Qui, il rischio della retorica, anche nella demenzialità, è abbastanza forte, con l’amore che migliora le persone, salva il mondo e ricostruisce equilibri ideali. E allora il dittatore che attraversa la crisi interiore, scopre di non essere mai stato amato dal suo popolo, scopre l’inganno e cerca dei sentimenti più autentici.

Per fortuna, il rischio di un agghiacciante lieto fine è sventato in extremis con un classico compromesso dove, come sempre, nessuno si scontenta, ma nessuno si accontenta.

“Si cambia tutto per non cambiare niente.” Scriveva Tomasi da Lampedusa
E sembra proprio che questo valga sia nella democrazia, quanto nella dittatura.

Che sia un rischio calcolato o una rassegnazione programmatica?





Si può ridere di ogni cosa?
Non lo so. Non so quanto c’entri il rispetto, quanto la paura.
Credo solo di avere il dovere di ridere, il dovere della leggerezza, in tempi in cui questa o non esiste o viene scambiata per una sciocchezza.

martedì 12 giugno 2012

OGGI, UN BAMBINO

Riapro il giornale, errore banale.

Apro il giornale, scorro nel web, politica, cronaca, crisi economica.
Ieri la Grecia che sta per cadere, oggi le banche spagnole da salvare.
Da noi la presunta lotta tra il tecnico ed il politico, l’eterno conflitto tra l’esperto serioso ed l’incapace simpaticone. Ammesso esista davvero un’alternativa.

Salto la cronaca.
Gli omicidi passionali mi hanno “mediaticamente” stancato, la violenza sulle donne che continua e cresce, gli uomini infelici, depressi, tutto in un ritmo perpetuo: prima l’ipotesi ciarlatana, la supposta spiegazione professionale e, infine, la condanna emotiva che ci dovrebbe riunire tutti in un forte abbraccio.
Sarà per questo che preferisco una certa distanza, una sana distanza.

Cosa c’è di nuovo oggi?

Unicef: 215 milioni di bambini coinvolti nel lavoro minorile in tutto il mondo. Più della metà svolge “attività a rischio” come schiavitù e sfruttamento sessuale.

Siria: Onu”Mai vista tanta brutalità. I bambini vengono torturati, mutilati e uccisi. Poi i soldati li mettono sui carri armati.”

Silenzio.
Perché se solo hai mantenuto un contatto, un piccolissimo canale di comunicazione con il tuo io bambino, con quello che sei stato, non puoi non rimanere in silenzio.
Il punto non è vedere i bambini intorno, sorridere loro e pensare a quanto sono carini, giocherelloni e spensierati; il punto non è neppure, per quanto efficace probabilmente potrebbe essere, avere dei figli propri ed immaginare per loro qualcosa in meno di un’eterna e smisurata felicità.
(Chiedo scusa qui per l’evidente luogo comune, utilizzato soprattutto per enfasi, piuttosto che per profonda convinzione)

Ad ogni modo non credo sia questo il punto, non credo sia questo il punto di vista dal quale guardare a questa realtà.
I bambini non hanno la loro essenza nella bellezza del guardarli, nella tenerezza delle loro parole, nell’illusione delle loro piccole anime.

L’innocenza, simbolo spesso travisato: perché l’innocenza è di chi non ha colpa, non di chi non capisce cosa sia la colpa. E i bambini, con una logica a volte molto più lucida della nostra, la capiscono bene.

Loro sono persone, persone in potenza: persone che vivono, che guardano, che capiscono. Nel colpire loro, non colpiamo chi non può comprendere, solo chi non può reagire; noi stiamo cambiando il modo in cui quelle “piccole persone” guarderanno il mondo d’ora in poi.
Lo stiamo cambiando per sempre.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta.
(Ma pochi di essi se ne ricordano.)”            Antoine de Saint Exupéry

Questi bambini se ne ricorderanno, e anche se fingeranno di aver dimenticato, si domanderanno per tutta la vita, nelle loro anime rotte, cosa poteva poi significare infondo essere felici.

Silenzio.

venerdì 1 giugno 2012

CERIMONIALE

2 Giugno o non 2 Giugno? Questo è il problema…
Già perché ormai siamo talmente arrabbiati, stanchi, delusi dall’Italia che ci hanno cucita addosso e dalla quale difficilmente potremo liberarci (almeno in breve tempo), che ad andarci di mezzo è stata proprio la festa, forse, più importante di tutte. (Oggi più che mai)

Quanto c’entra veramente il terremoto in Emilia?
Quanto ne sa il terremoto della condizione del nostro paese?
[Effettivamente ha avuto un tempismo impeccabile, lui, giusto in tempo per rinfrancare una rabbia già dilagante. E per uccidere delle persone certo…ma in questi casi c’è sempre da chiedersi, con grande onestà, chi le abbia davvero uccise.]

C’entra il terremoto, se provoca, suo malgrado, un’ulteriore accisa sui carburanti.
C’entra perché per fare una celebrazione, per organizzare una parata delle più prestigiose forze armate del paese ci vogliono soldi. Gli stessi soldi del carburante.

Soldi in “tempo di crisi”.
Soldi in “tempo di terremoto”. (o in “terra di terremoti”)

Ma il valore simbolico? La necessità di ribadire e ricordare? La voglia di farlo.
La necessità di riconoscersi in qualcosa di più grande che ci unisce; la volontà di fondare un cosmopolitismo maggiormente consapevole e saldo. La possibilità di trovare un ruolo in Europa, nel mondo.

L’italiano cha ancora s’ha da fare.

Certo, se guardi da vicino (vicino al tuo estratto conto, vicino al modulo di disoccupazione, vicino a tuo figlio che non potrà godere del termine emancipazione, e vicino alle macerie della tua casa o del tuo capannone, costruiti prima e costruiti male), beh allora del valore simbolico, del messaggio di riconoscimento e coesione nazionale te ne importa ben poco.
La lungimiranza non è dote per disgraziati, ma è proprio nella disgrazia che c’è più spazio per vedere oltre, come davanti ad una “tabula rasa” l’orizzonte diventa inevitabilmente più vicino, più possibile. (Paradossale…)

Certo però, se guardi da lontano, se guardo da lontano vedo sempre la stessa cosa, lo stesso antico meccanismo: la “guerra dei poveri”. Illusi di poter scegliere, illusi di poter anche solo penetrare le ragioni profonde che muovono il mercato; illusi che l’alternativa non possa essere altro che tra l’accisa del carburante e la parata del 2 Giugno.

L’illusione crea i mostri, l’illusione di chi non può capire, l’illusione di chi ci ha detto che ci si deve rassegnare.

Sempre questione di illusione; o semplicemente di prospettive.
  

venerdì 11 maggio 2012

EQUA ITALIA


L’equa Italia, l’Italia equa. Assurdo.
Assurdo chiamare così l’agenzia di riscossione tributi, anzi affascinante paradosso.

E’ un paradosso e tutti avremmo dovuto saperlo, da sempre.
Chi ha creduto nell’equità, chi ha creduto semplicemente alla possibilità della giustizia proporzionalmente distribuita, ha sperato troppo.
E non c’è nessuna amarezza in questo.

Assurdo ancora di più in Italia (fuori da ogni tipo di demagogia).
Solo che è assurdo pensare che un popolo di furbi per definizione (e probabilmente anche per vocazione), di persone perbene soprattutto per quel che gli interessa, riuscisse ad avvicinarsi almeno un po’ all’idea di equità.

Ciascuno di noi la rivendica, ma ciascuno di noi se ne discosterebbe volentieri se venisse a suo vantaggio. [ E’ il difetto più grande di questo concetto. Un cane che si morde la coda.]

Evidentemente però, sentimentali come siamo, ci avevamo creduto almeno un po’: almeno quel tanto che basta ora per indignarsi davanti ai suicidi, alle proteste di piazza, alle uova.
Almeno quel tanto che basta per spaventarci davanti al terrorismo, ai dirigenti gambizzati, all’ombra delle BR e di un’Italia che sembrava lontana secoli da qui.

Fuori da ogni demagogia, spero.
Perché il politico parla di giustizia e, al massimo, immagina un compromesso.
Il prete parla di giustizia, guarda il cielo e pensa alle promesse.

E noi ancora a cercarla, a pretenderla, spesso a pagarla.
Come andar per campi a cercare un quadrifoglio: non sai se c’è, ma sai quanto comunque sarebbe difficile trovarlo.

Che dipenda dal sistema economico o dall’equilibrio politico, che dipenda dall’inconsistenza dell’ideale o dall’irriducibile inumanità dell’uomo, non è il momento di domandarselo.
Comunque, è una questione più grande di noi, più grande del vivere quotidiano.

Più grande delle lacrime, delle tensioni, delle cartelle esattoriali; più grande delle minacce delle banche, della mensa a scuola negata ai bambini, del welfare ridotto all’osso; più grande dei ragazzi che hanno tanta voglia e nessun lavoro, di quelli che la speranza l’hanno ormai persa, dei grandi, troppo grandi per non avere più un lavoro; più grande del cappio che in un modo o nell’altro abbiamo imparato a costruirci.

Questo accade, mentre si cerca l’ equità, in giro per l’Italia, in giro per il mondo.